di Francesca Ghezzani
Dopo “L’inganno dell’ippocastano” e “Primo venne Caino” – entrambi i romanzi pluripremiati, tra cui il Flaiano, e tradotti all’estero – Mariano Sabatini è tornato con “Mutevoli nascondigli” (Indomitus Publishing), l’attesissimo terzo capitolo della serie con protagonista Leo Malinverno.
Nel cuore di una Roma oscura e corrotta, Leo Malinverno, audace giornalista investigativo, è pronto a sfidare di nuovo l’abisso. Il Tatuatore è tornato. Sfuggito alla giustizia, questa volta non esita e non sbaglia mira: un attacco brutale riduce Malinverno in fin di vita.
Ma il male non attende. Mentre il giornalista lotta per rimettersi in piedi, un nuovo orrore squarcia la Capitale.
Mariano, in alcune interviste ti è stato fatto notare che in alcuni passaggi il tuo stile diventa particolarmente violento. Cosa ne pensi?
“Non saprei cosa rispondere, non credo che sia lo stile di scrittura ad essere violento, piuttosto le cose che racconto. Del resto io scrivo crime, almeno finora ho prodotto questo genere narrativo, non mi appartengono tanto le sfumature del cozy. Non mi piace granché fare ironia o giocare sui delitti, fossero pure per finzione. Già la televisione sovrabbonda di resoconti e gossip macabri… e lì si tratta di delitti reali, dolore palpitante, sangue indelebile. L’ironia e la leggerezza sono nella vita di Malinverno, per quanto riguarda i delitti di cui si occupa, la violenza è insita negli atti criminali”.
Come si fa a narrare il confine tra vittima e carnefice? Ci sono stati dei momenti di ripensamento durante la stesura?
“Io sono un narratore lento e dubbioso, con i ripensamenti devo convivere. Poi questo genere narrativo richiede un’attenzione particolare ai dettagli, agli indizi che vanno disseminati per dare ai lettori le stesse armi investigative del protagonista, altrimenti significherebbe barare. Questa è la grande difficoltà. Tutto deve incastrarsi, se possibile in una narrazione, almeno per quanto mi riguarda, che non si riduca in “chi ha ucciso chi e come”. Mi interessa il perché, il prima, il dopo, cosa si agita nell’animo dei delinquenti, assassini. In questo modo si esplora il confine tra vittime e carnefici, scavando nelle pieghe e nei mutevoli nascondigli della psicologia dei personaggi. Su quello lavoro molto”.
Personalmente, ti senti più giornalista o scrittore?
“Mi disturbano le etichette, per la verità. Io sono Mariano Sabatini, credo di avere dimostrato grande eclettismo nella mia parabola professionale e artistica. Oggi si parla di crossmedialità. In oltre 30 anni di lavoro, ho spaziato dai giornali, quotidiani e periodici, al web, dalla Tv alla radio. Ho ideato e condotto programmi in radio, ho partecipato a decine e decine di programmi televisivi come commentatore. Poi i libri. Ho scritto testi saggistici, racconti, romanzi crime, biografie, persino una novella per bambini. Sono giornalista – iscritto all’albo dal 1996, l’ho realizzato di recente – e scrittore, mi sento un comunicatore, più che il linguaggio ho usato i diversi linguaggi necessari per arrivare al pubblico. L’ho fatto in modo naturale, istintivo, senza frequentare scuole”.
Cosa pensi dell’editoria e del panorama mediatico odierni?
“Perché vuoi farmi odiare? Diciamo che sono felice di aver trovato “casa” presso Indomitus Publishing, Davide Radice è un professionista rapido, moderno, capace, innovativo. Per il resto l’editoria secondo me deve ripensarsi, anche abbastanza rapidamente. Non mi piace che i banconi delle librerie sovrabbondino sempre degli stessi nomi e quando sono nuovi si tratta di “faccioni” della televisione, che si improvvisano scriventi. Scriventi e scrittori sono ben diversi. Anche le librerie sono in sofferenza per questo, perché questo genere di offerta spuria droga il mercato, come si sarebbe detto una volta”.
Per concludere, torniamo a “Mutevoli nascondigli”… a quale domanda vorresti rispondere su questo libro che finora non ti è mai stata fatta dai colleghi giornalisti?
“Una domanda non saprei, quando sono intervistato mi godo il paesaggio, se così si può dire. Mi piacciono comunque più le recensioni ai miei romanzi. In generale vorrei che si accantonassero i pregiudizi sul genere crime, noir, thriller. Una volta sentii una giornalista fare distinzione tra romanzieri e giallisti. I cosiddetti “gialli”, e si chiamano così solo in Italia, sono sempre romanzi. “Il marchese di Roccaverdina” di Capuana si può definire un noir ante litteram, idem “Il segreto di Luca” di Silone, non parliamo di Sciascia… In un festival uno scrittore, diciamo impegnato, mi disse, con un certo irritante sussiego, che lui non aveva pregiudizi sulla narrativa d’intrattenimento. Peccato che il romanzo nasca proprio come intrattenimento per i salotti borghesi, dove si leggeva ad alta voce. Se ce ne ricordassimo di più, mettendoci ai nostri computer, forse si venderebbe e leggerebbe di più in Italia”.