di Silvia Giansanti
Quarant’anni di carriera, dalle emittenti locali alla Rai, tra ricordi, aneddoti e riflessioni sul mestiere. Un viaggio nella comunicazione che cambia e nella passione che, secondo molti veterani, oggi si fatica a ritrovare
Tra poco la radiofonia italiana resterà orfana di una professionista preparata come Elena Carbonari, in quanto anche per lei , dopo affannose corse per arrivare puntuale al microfono, è giunto il momento del meritato riposo. Per non parlare delle innumerevoli notti che Elena ha trascorso in turno, ma la sua è un’energia particolare che l’accompagna da sempre. Peccato comunque, perché da esperti oramai del settore, non sentiamo un ricambio con personalità da vendere. Piattume diffuso e persone spesso miracolate magari solo per simpatie varie, fisici perfetti e momenti fortunati. Gente come Elena è molto difficile ritrovarla. Non tutti si avvicinano al mondo della radio per passione, c’è anche chi come lei l’ha scoperta e ha provato a buttarsi. Operazione riuscita con un bagaglio di tutto rispetto e molti anni di militanza in Rai. Attualmente è in onda su Isoradio.
Elena, ricordi la data esatta in cui andasti in onda per la prima volta?
“Non la ricordo esattamente, fu intorno al 1980. Frequentavo ancora il liceo e abitavo a Civitavecchia”.
Come ti avvicinasti al mondo della radio?
“Ascoltavo la radio, ero curiosa, seguivo le classifiche, ma non avrei mai pensato di farla. Ero molto timida e l’idea di poter parlare ad un microfono era lontana anni luce da me. Però essendo molto curiosa come detto, visto che rividi un mio amico di gioventù che all’epoca trasmetteva in una radio pionieristica di Civitavecchia, Radio Zenit, un giorno decisi di andarlo a trovare”
Come andò?
“Mi propose di iniziare a fare radio e fui titubante perché non pensavo che questo mondo mi appartenesse. Iniziai così per gioco a condurre un programma di dediche insieme a lui. Al mattino frequentavo il liceo e al pomeriggio trasmettevo. Dopo un po’ di tempo notai che il mezzo mi coinvolgeva sempre di più e iniziai ad ascoltare i conduttori più esperti per imparare qualcosa. Non c’erano scuole e si era completamente autodidatti”.
Come si svolse la tua crescita?
“Da lì passai ad una radio maggiore di Civitavecchia che aveva un bel bacino di utenza. Ci lavorava anche Cinzia Donti. In seguito il passo a Roma fu breve”.
Quando capisti che sarebbe diventata la tua professione?
“Me ne accorsi nel momento in cui entrai a Radio Emme 100, la primissima Radio Emme. In quel momento i conduttori andarono in blocco a Dimensione Suono che stava nascendo. Mi presero e con me in onda c’erano Francesco De Vena, il mio amico storico Gianmaurizio Foderaro, Guido Cavalleri e altri. Andiamo quindi verso la metà degli anni ’80. Contemporaneamente iniziai a lavorare per alcuni circuiti nazionali”.
Quale fu un periodo particolarmente divertente?
“Quello di Radio Centro Suono, dove approdai subito dopo. Con me c’erano Filippo Firli, Marco Tre e altri che componevano un bellissimo staff”.
Ecco, parlando di colleghi, ne ricordi qualcuno con nostalgia?
“Giorgio Buscaglia, che è diventato un pezzo grosso della Rai. Ha lasciato la radio e si è buttato sulla tv”.
A proposito di Rai, quale collocazione trovasti all’epoca?
“Su Rai Stereo Due. Attualmente sono da 37 anni su Isoradio, praticamente da quando è partita. Nel frattempo sono divenuta anche giornalista professionista perché ho voluto allargare i miei orizzonti, occupandomi di varie tematiche sempre in Rai con varie rubriche di settore”.
Come vedi i giovani conduttori?
“Mi spiace ma non c’è quell’empatia che avevamo noi e quel fuoco dentro. Hanno un rapporto diverso con la radio, spesso la si fa per apparire. Sono quasi tutti uguali al microfono e poco riconoscibili”.
Che ne pensi dell’evoluzione della radio?
“Innanzitutto c’è da dire che sono di base poco social e riguardo alla radio visione trovo che il mezzo abbia perso la sua connotazione iniziale, si è snaturato. Però mi rendo conto che tutto deve andare necessariamente avanti e non bisogna demonizzare questa evoluzione. Ci si adegua al nuovo che c’è”.


