Alberto Dionisi: “Gli sport di Greg” la sfida della vita in poesia

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di Mirella Dosi

C’è un istante preciso in cui il gesto atletico smette di essere pura performance fisica e diventa arte, metafora della vita stessa. È l’essenza di “Gli sport di Greg. Quando lo sport è poesia”, la raccolta di versi firmata da Alberto Dionisi (edita da PandiLettere).  Dietro il titolo si cela una scelta dal profondo valore umano: “Greg” non è un campione da copertina, ma il nome assunto da una ragazza nel suo doloroso percorso di guarigione dall’anoressia. Un parallelismo potente voluto dall’autore: se l’atleta lotta contro un avversario, chi soffre di un disturbo alimentare combatte contro sé stesso nella gara più importante, quella per la vita.  Un legame di solidarietà autentica che si traduce in un gesto concreto: il ricavato della vendita del libro sarà interamente devoluto all’Associazione Donna Donna onlus per contrastare e curare i disturbi del comportamento alimentare.

Accanto alla gente comune, la raccolta ospita anche intensi ritratti di miti sportivi – da Pelé a Sinner, fino a Simoncelli – indagati nella loro intima fragilità.

Il dibattito recente sulle diete estreme negli atleti ha riacceso i riflettori sul rapporto tra prestazione e peso forma. Nel suo libro, la scelta di ‘Greg’ sposta il focus sull’anoressia. In che modo il rigore fisico e la ricerca del limite si riflettono nei suoi versi?  

«L’anoressia è un male terribile che porta ad odiare il proprio corpo. Odi il cibo a tal punto da vomitarlo perché lo vedi come il colpevole, convinta che il massimo sia non avere un grammo di grasso in più. Nello sport, il cibo è il carburante delle prestazioni ; in alcuni atleti il controllo raggiunge un livello parossistico tale che, in assenza di risultati, subentra la scelta del doping. Nell’anoressia la tua immagine, visibile, quasi lede il diritto alla privacy: il cimento è per vincere la vita, mentre nello sport la competizione è per vincere contro tutto e tutti perché non accetti la sconfitta. I miei versi uniscono le due condizioni in una simulazione continua fatta di partecipazione, sudore e sofferenza per raggiungere l’obiettivo. Per entrambe c’è un prima (la gestazione), un durante (la competizione) e il traguardo, che per gli anoressici significa sopravvivenza. Se per gli atleti la ricerca è il successo – anche se retoricamente a vincere è solo uno –, per gli anoressici la vittoria è raggiungere uno stato di benessere».

Nella raccolta dedica ritratti a grandi figure dello sport. C’è un aneddoto del “dietro le quinte” della sua carriera giornalistica che le è rimasto particolarmente impresso?  

«Gli atleti e gli allenatori che ho intervistato negli anni sono stati tantissimi e non posso fare una classifica. Ricordo Bearzot, il CT del Mondiale 1982. Mi raccontava dell’impossibilità di convocare il talentuoso Vincenzo D’Amico della Lazio perché tendeva ad ingrassare e non aveva un buon rapporto con il cibo e con la Coca Cola. Nonostante Bearzot lo richiamasse continuamente a una responsabilità diversa, appena lo perdevi di vista metteva subito qualche chilo. Così puntò definitivamente su Antognoni e Conti per alzare la classe di quella Nazionale.  Un altro fu Sandro Mazzola. Mi confessò un retroscena amaro sulla fine del ciclo della Grande Inter di Helenio Herrera. Tra il 25 maggio e il 1° giugno del 1967 l’Inter perse tutto: la finale di Coppa dei Campioni e lo scudetto a Mantova per una papera del portiere Sarti che appena qualche giorno prima aveva parato l’imparabile limitando il passivo contro gli scozzesi del Celtic. Sandro mi raccontò come nella finale di Coppa scesero in campo quasi già sconfitti: stanchi e demotivati. La sconfitta in Campionato fu la logica conclusione del vittorioso periodo calcistico della grande Inter di Herrera».

La sua raccolta contiene anche un’intensa orazione funebre contro l’insensatezza della guerra. Come vive il paradosso di uno sport che dovrebbe unire e che invece viene mutilato dalla geopolitica?  

«La poesia non si può confinare, vola sempre più in alto come un respiro o un soffio che non puoi imprigionare. Purtroppo, oggi lo spazio per la poesia è diventato una nicchia per pochi lettori. Lo sport, invece, ha bisogno dei campioni e la loro popolarità li rende testimonial indispensabili per chi vuole alzare barricate, transenne e favorire l’esclusione o il boicottaggio. Gli atleti tra loro si rispettano bandendo le inimicizie, ma non sono loro a decidere. L’intromissione della politica nello sport è una costante planetaria, figuriamoci con una guerra in corso. Il cimento sportivo, che dovrebbe essere uno strumento di mediazione, si trasforma purtroppo in un ricatto.»

Dopo una vita nella cronaca, che cosa le ha dato la poesia che la notizia non riesce a contenere?  

«La cronaca è la realtà, il trionfo dell’oggettività dove contano i dati ed è bandito il superfluo o l’immagine aulica. La poesia è l’esaltazione della creatività e del sogno. In essa riesco a far accadere l’impossibile: immagino Simoncelli (il “Sic”) che invia raccomandazioni dall’aldilà alla compagna, o do respiro alle giocate creative e quasi illogiche di Totti. La cronaca si ferma al tabellino, all’andamento della gara e al vincitore; non ti permette di descrivere la fatica per arrivare al risultato o ciò che pensa un maratoneta chilometro dopo chilometro, quando è stremato e sta per tagliare il traguardo. La cronaca è la realtà, la poesia è il sogno.»

Lei ha portato lo sport ai “Giovani Adulti” del carcere di Rebibbia. Quale lezione ha appreso?  

«I detenuti sono individui che hanno sbagliato, ognuno con la propria storia e cultura. Occorreva un vettore comune per azzerare le differenze e parlare a ragazzi di svariate nazionalità: il calcio era perfetto, considerando che la FIFA ha più nazioni associate dell’ONU. Al braccio 11 il regolamento del gioco è diventato il vocabolario per comunicare. Spiegavo che la simulazione in campo equivale allo scippo nella vita. Appoggiarsi scorrettamente sulle spalle dell’avversario per saltare diventava la metafora della raccomandazione per ottenere un posto immeritato. Non rispettare l’arbitro o gli assistenti significava non rispettare il giudice o un pubblico ufficiale. Il gioco è diventato così lo strumento per far pervenire risposte e soluzioni sconfiggendo la noia. Sui cartellini gialli e rossi ci si scherzava: li avevano già avuti tutti nella vita, e non vedevano l’ora di tornare in campo senza fare altri errori».

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