Mauro Russo: Dalle radici calabresi ai cieli d’Europa

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Dalla luce della Calabria ai grandi centri della cultura europea, Mauro Russo costruisce una pittura che nasce dal viaggio e dalla memoria. In questa intervista il maestro ripercorre le tappe fondamentali della sua ricerca artistica, tra Milano, Parigi, la Mitteleuropa e Roma, raccontando come esperienze, luoghi e incontri abbiano dato forma alla sua personale “Nuova Figurazione Mediterranea”.

Maestro Russo, il tuo percorso è un vero viaggio geografico e sentimentale. Dalla sua Calabria d’origine, come si è evoluto il tuo sguardo nel passaggio verso il grande centro, in particolare durante i quasi vent’anni trascorsi a Milano?

“Milano è stata la mia palestra di rigore. In quei vent’anni, la città mi ha insegnato la struttura, la disciplina del pensiero, la sintesi. Se la Calabria è il mio serbatoio emotivo, Milano è stata il telaio su cui ho imparato a tendere le mie tele. Lì ho capito che la pittura deve reggere il confronto con la velocità del tempo moderno, senza però mai perdere l’anima”.

Poi c’è stata Parigi, con i tuoi continui viaggi nella Ville Lumière. Cosa ha lasciato questa città nella rua tavolozza e nel tuo modo di intendere il segno?

“ Parigi è stata una rivelazione tecnica. È lì, attraverso i miei continui ritorni nella Ville Lumière, che ho respirato l’eredità dell’Impressionismo, imparando come la luce non sia un dato statico, ma un respiro che cambia con l’ora. Da Parigi ho ereditato la libertà del segno: quella capacità di cogliere l’attimo, di rendere il movimento, di lasciare che il colore racconti l’atmosfera prima ancora della forma. Parigi mi ha dato il coraggio di far vibrare la tela”.

Il tuo nomadismo europeo ti ha portato in Spagna, a Siviglia, ma anche attraverso il cuore della Mitteleuropa: Praga, Budapest, Vienna e la Germania. Come hanno dialogato queste culture con la tua radice mediterranea?

“Ogni tappa ha aggiunto uno strato. Siviglia mi ha regalato il calore barocco e la passione drammatica. In Praga, Budapest e nella magnifica Vienna ho trovato il fascino del mistero, una sorta di gotico mediterraneo che mi ha spinto a indagare la solitudine dei luoghi e la stratificazione psicologica del tempo. E la Germania… la Germania mi ha posto di fronte alla sfida dell’Espressionismo: lì ho imparato a non aver paura di indagare il turbamento interiore. Tutti questi cieli d’Europa, da quello gelido di Praga a quello imperiale di Vienna, fino a quello infuocato dell’Andalusia, sono confluiti in una sintesi che chiamo Nuova Figurazione Mediterranea”.

Maestro, il tuo studio è un laboratorio in costante fermento. Sappiamo che alterna il lavoro sulla tela a quello su carta. Come vivi questa transizione continua tra supporti così diversi?

“ È un’alternanza naturale, quasi un respiro. Spesso, dopo aver lavorato a lungo sulla tela, sento il bisogno di confrontarmi con la carta. Non è un passaggio di subalternità, anzi: sono due percorsi paralleli che si alimentano a vicenda. Alternare la tela al lavoro su carta mi permette di mantenere il segno fresco, vivo. E vorrei sottolineare, ancora una volta, che per me la carta non è mai uno schizzo preparatorio, né un esercizio accessorio; ogni opera su carta è un’opera autonoma, dotata di una sua compiutezza espressiva e di una dignità assoluta”.

In questo contesto, quanto è importante per te il Gouache, unito a china e acquerello, nel definire queste opere autonome?

“È fondamentale. Utilizzo il Gouache, che per sua natura materica e opaca è vicino alla tempera, e a questo unisco la china e l’acquerello. L’incontro tra la densità del Gouache, la precisione della china e la trasparenza dell’acquerello crea una tensione visiva che non ammette pentimenti. È una danza tra il liquido e il solido dove la luce non viene applicata, ma lasciata emergere dalla carta stessa. È il modo più puro per raccontare la sospensione dei miei cieli europei”.

Vanti oltre cento esposizioni tra nazionali e internazionali, dalle sedi delle Ambasciate fino alla recente, importante mostra presso l’Accademia d’Egitto di Belle Arti a Roma. Che valore hanno per te questi momenti di confronto pubblico?

“Le esposizioni sono il momento in cui la pittura esce dal silenzio dell’atelier per entrare nella vita. Oltre cento mostre non sono solo numeri; sono cento occasioni di ascolto. L’esperienza all’Accademia d’Egitto di Belle Arti a Roma, in particolare, è stata illuminante: vedere come il mio Mediterraneo venisse percepito in un contesto così storicamente denso mi ha restituito una consapevolezza nuova. Per me, misurarmi con il pubblico è essenziale: la mia opera non è un monologo, ma un invito. Cerco sempre di leggere negli occhi della gente se quel cielo che ho dipinto è capace di accoglierli. È un atto di umiltà e di verifica: senza il pubblico, l’opera resta orfana della sua destinazione ultima”.

Dopo aver vissuto a Roma, città eterna che funge da cerniera tra questi mondi, come guardi ora alla tua pittura?

“Roma è il centro del cerchio. Qui le stratificazioni di cui parlavo diventano visibili. A Roma il tempo si ferma e si ricompone. Guardando indietro, vedo un filo rosso che parte dalla luce calabrese, passa attraverso la tecnica impressionista parigina, l’ordine milanese, il tormento mitteleuropeo e la magnificenza viennese, per arrivare qui, dove tutto è eterna presenza”.

Dunque, un viaggio senza fine?

“Esattamente. Ogni tela e ogni carta sono una tappa, un porto di mare in cui approdano le esperienze, le tecniche apprese e i cieli che ho attraversato. L’arte è il mio modo di restare in cammino, portando la Calabria nel cuore e l’Europa intera negli occhi”.

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