Federica Giorgia Giovanna Macciotta: “Il vero nemico non è la tecnologia ma l’uomo che la guida”

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di Francesca Ghezzani

La scrittrice e artista visiva Federica Giorgia Giovanna Macciotta si è affacciata sul panorama editoriale italiano con “Rompere il silenzio. Storia di Potere” (Editore ‏Youcanprint), un romanzo distopico e profondamente emotivo ambientato in un futuro dominato da sistemi di controllo, manipolazione e dipendenza tecnologica.

Un invito a guardarsi dentro. A chiedersi cosa stiamo diventando. E soprattutto a ricordare che nessuna tecnologia, nessun potere e nessuna intelligenza artificiale potranno mai sostituire ciò che nasce da un’anima autentica.

Federica, se dovessi descrivere la tua opera con pochi aggettivi, quali sceglieresti?

“La definirei intensa, viscerale, distopica, ma anche profondamente umana. “Rompere il silenzio – Storia di Potere” nasce come un romanzo futuristico, ma in realtà parla molto del presente: delle nostre paure, delle fragilità, della necessità di essere visti e del rischio di perdere la propria identità dentro sistemi sempre più controllanti. In tutta onestà l’ho scritto proprio a seguito di una serie di delusioni vissute negli ultimi anni, è frutto dell’essere satura, di aver terminato la pazienza di essere sempre insoddisfatta. È un’opera emotiva perché non racconta solo una società dominata dalla tecnologia e dal potere, ma anche ciò che accade dentro le persone quando vengono manipolate, tradite o costrette a scegliere tra sopravvivere e restare fedeli a se stesse”.

Scrivi di un mondo che sta lentamente perdendo la propria umanità. Quali aspetti della società di oggi ti hanno spinto maggiormente a raccontarlo?

“Mi ha spinto soprattutto la sensazione che il mondo stia andando sempre più veloce verso egoismo e comodità che ci rendono schiavi. Viviamo in una società in cui la tecnologia è fondamentale e può migliorare davvero la vita delle persone, ma allo stesso tempo può diventare pericolosa quando viene usata per controllare, condizionare o sostituire ciò che dovrebbe rimanere umano. Mi colpisce molto il bisogno crescente di potere, di denaro, di apparire, spesso a discapito dell’autenticità dei rapporti veri. Nel romanzo ho voluto estremizzare questa deriva, portandola in un futuro distopico, per mostrare cosa potrebbe accadere se smettessimo di ascoltare la coscienza, l’empatia e la libertà interiore. Resta al lettore la domanda fondamentale: “Oggi, io, vivo con genuinità la mia vita o no?”.

Quanto c’è di te nei personaggi e nelle loro fragilità?

“C’è molto di me, anche se non in modo autobiografico diretto. Nei personaggi ci sono emozioni che conosco: la delusione, la rabbia, la paura di fidarsi, ma anche la forza di rialzarsi dopo momenti difficili. Amelie, in particolare, rappresenta quella parte che nonostante tutto cerca la verità, anche quando fa male. Nei miei personaggi non volevo creare figure perfette, ma esseri umani pieni di contraddizioni, ferite e desideri. Le fragilità sono spesso il punto da cui nasce la trasformazione: quando una persona smette di nascondersi dietro ciò che gli altri si aspettano e inizia finalmente a scegliere chi vuole essere”.

Hai definito la rabbia una delle forze che hanno dato origine al libro. Che rapporto hai con questo sentimento nella tua quotidianità?

“Per me la rabbia non è necessariamente qualcosa di negativo. Dipende da come la si usa. Può distruggere, ma può anche diventare una forma di lucidità, benzina necessaria per trasformare qualcosa che non ci piace in qualcosa di utile per noi stessi e, perché no, anche per gli altri. Nella mia quotidianità cerco di trasformarla in energia creativa perché scrivere mi ha permesso di darle una direzione, di non lasciarla chiusa dentro di me ad intossicarmi testa e stomaco, ma di trasformarla in una storia. In questo senso il romanzo è anche un atto di liberazione: rompere il silenzio significa smettere di accettare passivamente ciò che ferisce o svuota”.

Per concludere, possiamo quindi affermare che nel libro la tecnologia non è il nemico, ma uno specchio dell’uomo?

“Sì, assolutamente perché nel romanzo la tecnologia non è il vero nemico. Il problema nasce dall’uso che l’uomo decide di farne, il nemico è l’io che usa male gli strumenti che possiede. La tecnologia può essere evoluzione, possibilità, cura, connessione; ma se viene guidata dal desiderio di controllo, dal potere o dall’assenza di limiti etici, diventa uno specchio oscuro dell’essere umano. L’intelligenza artificiale e i sistemi futuristici mostrano ciò che l’uomo rischia di diventare quando perde il contatto con la propria anima, con la responsabilità e con l’amore, qui risiede la riflessione estremamente attuale e già preoccupante. Per questo il centro del libro non è la macchina, ma l’essere umano: la sua capacità di scegliere, di resistere e di ricordare che nessuna intelligenza artificiale potrà mai sostituire ciò che nasce da un’anima autentica”.

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