Il viaggio metacreativo di Hubert Bujak

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di Marisa Iacopino

Opere che nascono come sintesi della compenetrazione e connessione tra l’essere umano e il mondo naturale.  Teste d’uomo che racchiudono anelli concentrici di tronchi d’albero. Alberi tagliati nelle cui cavità si celano facce. E ancora, piante di palma con dita di mano al posto delle chiome, o una ruota della fortuna dalle braccia antropomorfe.

E’ il racconto artistico di Hubert Bujak, pittore e scultore polacco la cui creatività oscilla tra surrealismo ed espressionismo. 

“Mi sono formato presso la Facoltà di Pittura e Scultura dell’Accademia di Belle Arti di Breslavia, città dove tuttora vivo e lavoro. Fin da bambino disegnavo e dipingevo molto: automobili, carri armati, aerei, ero affascinato dalle loro proporzioni e dalla perfezione del design, l’espressione delle più alte capacità umane nella scienza e nell’ingegneria. Alla fine del liceo accadde qualcosa di molto importante: come parte del mio progetto di diploma, dovevo creare un dipinto e mi ero ridotto a un solo giorno per realizzarlo. Una natura morta molto semplice, ma lavorai alacremente e con grande concentrazione. A un certo punto, verso le tre del mattino, accadde qualcosa di irreale, il dipinto iniziò a parlarmi in senso spirituale. Ogni sua parte mi rivelò improvvisamente il suo significato; fu come un confronto con l’universo, sapevo esattamente cosa fare, gli oggetti raccontavano la mia storia, rivelavano la mia mente, l’anima. Di fatto, il dipinto mi rappresentava. Non avevo mai sperimentato nulla di simile e pensai fosse qualcosa di metafisico e sorprendente. Credo che tutta la mia arte sia diventata un tentativo per ricreare quella sensazione di completa connessione con me stesso e l’universo”.

L’espressionismo è una forma d’arte soggettiva per esprimere in modo libero un mondo interiore e le sue ribellioni. Ti ritrovi in questa definizione?

“Sì, sono assolutamente d’accordo. L’aspetto più interessante dell’essere un artista è la completa libertà di espressione, che si manifesta pienamente nell’arte legata all’espressionismo e al surrealismo. Molte delle idee che costituiscono il contenuto delle mie opere provengono dalla parte più intima del subconscio, dai livelli più profondi della nostra realtà comune”.

Nel 2023, sei il vincitore del Premio Comel Vanna Migliorin Arte contemporanea con “In the Flow”*, un’opera di rilievi in alluminio dipinti con acrilico. Essa è costituita da un insieme di targhe. Nel realizzarla, tu parli di autoterapia del viaggio. Puoi spiegarci meglio?

“L’opera “In the flow” parla dell’arte come strumento che può guarire le ferite psicologiche, una delle motivazioni più importanti alla base dell’attività artistica. Nel caso di quest’opera in particolare, ho cercato di raccontare un periodo difficile da me attraversato qualche anno fa. Trascorrevo molto tempo in macchina e, trovandomi in condizioni mentali precarie, ho improvvisamente iniziato a prestare attenzione alle targhe delle auto che vedevo scorrere davanti a me. Naturalmente, prima leggevo i nomi di voivodati** e contee rispondenti alle singole lettere, poi ho cominciato a “leggere messaggi e istruzioni segrete”, codificati nelle sequenze di lettere e numeri, collegandoli a me stesso. Analizzavo le combinazioni di vari segni, e avevo la sensazione di una forma di pensiero magico, come se il mondo esterno comunicasse con me attraverso i numeri di targa dei veicoli. A un certo punto, anche per liberarmi da questa specie di ossessione, ho avuto la spinta di creare bassorilievi in alluminio nel formato delle targhe automobilistiche. In questo modo la creatività sarebbe stata una macchina di codifica, sarei stato io stesso a trasmettere al mondo le informazioni nascoste. E’ nata così una collezione di duecento bassorilievi fusi in alluminio, simili a quello che in letteratura viene chiamato flusso di coscienza”.

L’alluminio sembra un materiale dalle caratteristiche industriali più che artistiche…

“L’alluminio è uno dei miei materiali preferiti per la leggerezza fisica e metafisica. La sua comparsa relativamente tardiva nella tecnologia e nell’arte rappresenta un vantaggio, perché fa sì che non sia gravato dalla tradizione storica e artistica, come per esempio il bronzo. Questo offre all’artista maggiore libertà durante la creazione”.

La forte interconnettività tra uomo e natura da cosa trae origine in te?

“Da bambino, vivevo vicino a un bosco e lo frequentavo ogni giorno, passeggiando, raccogliendo funghi, andando a fare legna, attraversandolo per andare e tornare da scuola. Quei momenti hanno avuto una forte influenza su di me in termini di appartenenza al mondo della natura quale unico grande organismo. Con gli alberi, in particolare, ho sempre sentito un profondo legame. Erano una sorta di spiriti guardiani cui affidare i problemi, le emozioni. Legame che non mi ha mai abbandonato, neanche ora che vivo in città. La fusione del corpo umano con il tessuto degli alberi è, infatti, motivo ricorrente e naturale nei miei dipinti”.

Riguardo al momento storico che stiamo vivendo, cosa può fare l’arte?

“È una domanda fantastica! Me lo chiedo continuamente, soprattutto in questi tempi turbolenti, in cui siamo circondati da tante informazioni, alcune vere, altre probabilmente bugie e disinformazioni. Come possiamo distinguere ciò che è bene da ciò che è male? Ho fiducia nell’arte quale mezzo di rivelazione e come via per raggiungere la verità, qualunque essa sia. Fiducia nella sua capacità di portare luce nell’oscurità. Ho sempre ricercato la verità attraverso le mie opere, perché credo che l’arte possa, in ultima analisi, influenzare il mondo reale, anche senza la piena coscienza degli artisti che la creano. Ma penso pure che la vera arte non abbia nulla a che fare con moralismi, prediche o qualsiasi altro messaggio politico, ideologico, attivista. Sono dell’opinione che l’arte non debba illustrare i pensieri, ma crearli”.

 

* Nel flusso

** voivodati, divisioni amministrative della Polonia, simili a regioni o province

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