Daniela Reboldi: Musica, arte e vita in armonia tra palcoscenico e quotidianità

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di Lisa Bernardini

Pianista dalla sensibilità profonda e dal percorso ricco di sfumature, Daniela Reboldi si muove con naturalezza tra il repertorio classico, le avanguardie del Novecento e il teatro musicale. Formata sotto la guida di maestri di altissimo livello – da Marco Giovanetti ad Alexander Lonquich – ha costruito una carriera che intreccia esibizioni internazionali, collaborazioni artistiche e un’intensa attività didattica nel suo Atelier alle pendici del Monte Maddalena, nel cuore verde di Brescia con vista sull’intera pianura padana. Dalla musica barocca fino a Debussy e Satie, la sua interpretazione è un viaggio che abbraccia epoche e linguaggi diversi. Il 21 novembre 2025 ha ricevuto il prestigioso Premio Fontane di Roma per meriti artistici, e dopo tre giorni, il 24 novembre, il Sanremo Music Award.  Soprattutto, e’  una delle assegnatarie del Maria Callas Tribute Prize a New York in occasione della scorsa Festa della Donna, evento alla sesta edizione organizzato dalla Melos International. La incontriamo di ritorno da questa fantastica esperienza americana.

Tre premi importanti che hai avuto in questi ultimi mesi. L’ultimo, davvero pretigioso, nella Grande Mela. Che emozioni hai provato nel ricevere il Maria Callas Tribute Prize?

“È stata un’emozione intensa e composta, come credo sarebbe piaciuto a Maria Callas. Ricevere questo riconoscimento a New York ha avuto un forte valore simbolico: non solo artistico, ma umano, di percorso, di coerenza. Ho sentito gratitudine, ma anche una grande responsabilità. Premi come il Fontane di Roma, il Sanremo Music Award e il Maria Callas Tribute Prize non sono punti di arrivo, ma conferme silenziose che indicano una direzione”.

Recentemente stai affrontando per la prima volta una esperienza radiofonica: di che cosa parla la tua rubrica?

“La rubrica nasce dal desiderio di raccontare la musica e l’arte senza barriere. Si intitola ‘ArtShot – colto ma non troppo’ ed è uno spazio di divulgazione culturale agile, dove la musica dialoga con la vita quotidiana, la storia, il pensiero contemporaneo. Parlo di grandi compositori, ma anche di simboli, di ascolto consapevole, di emozioni. L’idea è avvicinare senza semplificare, incuriosire senza banalizzare”.

Hai iniziato la registrazione del tuo primo album: ce ne parli?

“È un progetto molto intimo, e il luogo ha avuto un ruolo fondamentale. Ho scelto di registrare in una chiesa con un’acustica naturale molto particolare, capace di amplificare non solo il suono, ma anche il silenzio. È uno spazio che invita all’ascolto profondo, alla sospensione del tempo. Il repertorio – che ruota attorno a Erik Satie – dialoga perfettamente con questo contesto: ogni risonanza, ogni coda sonora diventa parte del discorso musicale. È un album che nasce da un luogo ispirante, quasi “sacro” nel senso più ampio del termine, e che ricerca essenzialità, verità e presenza”.

Sei madre di ben 4 figli, e conciliare famiglia e carriera non deve essere stato facile.

“Non lo è stato, e non lo è. Ma non parlerei di conciliazione come di un compromesso: piuttosto di un equilibrio dinamico, che cambia nel tempo. La maternità mi ha resa un’artista più vera e trasversale. Più consapevole del tempo, più essenziale nelle scelte. I miei figli sono una scuola quotidiana di ascolto, di presenza, di verità. E anche di disciplina, quella autentica. Nel complesso considero la genitorialità un arricchimento”.

Hai una attività didattica e divulgativa molto spiccata: che cosa ti regala stare a contatto con tanti giovani da formare? E quale metodo applichi per avvici-narli al mondo della musica?

“I giovani restituiscono senso. Insegnare non è trasmettere nozioni, ma accendere possibilità. Il mio metodo parte dall’ascolto: capire chi ho davanti, le sue paure, i suoi tempi, il suo mondo. La tecnica è fondamentale, ma arriva dopo il significato. Cerco di far percepire la musica come un linguaggio vivo, non come un museo. Quando un ragazzo scopre di “avere una voce” attraverso la musica, accade qualcosa di potente”.

Sei un’artista a tutto tondo: non solo pianista, perché ti esprimi talvolta con al-tre forme artistiche come la pittura e la lavorazione della creta. Come nascono queste altre sfaccettature del tuo mondo?

“Nascono dallo stesso luogo da cui nasce la musica: il bisogno di dare forma all’invisibile. A volte il suono non basta, e allora arrivano il colore, la materia, il gesto. La creta, in particolare, mi affascina perché è umile, lenta, richiede contatto. Non vivo queste espressioni come “altro” rispetto alla musica, ma come parti di un unico linguaggio interiore”.

FOTO IN STUDIO  PAOLO SBALZER (credits)

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