Forme gioiose creature di carta pesta, le “bomboline” di Amalia Di Tecco

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di Marisa Iacopino

In un’epoca che rincorre la magrezza, la sottrazione del corpo, le sue opere celebrano la pienezza attraverso una plasticità dinamica, la fisicità flessuosa e sensuale dei soggetti. Così le Bomboline inseguono un’estetica volumetrica che si fa metrica della positività, celebrazione delle proporzioni abbondanti.

Con un linguaggio cromatico brillante ed estro unico, Amalia di Tecco ci conduce tra le forme gioiose e vibranti delle sue creature. L’abbiamo incontrata per farci raccontare la nascita di questo universo sinuoso.

“Sono cresciuta tra quadri e cornici nella bottega artigiana di mio padre. Là ho lavorato e presentato i primi disegni e dipinti. Il progetto de “Le Bomboline”, realizzate e dipinte a mano, nasce durante la pandemia. Precedentemente avevo intrapreso un percorso creativo nel mondo del teatro, che ho dovuto abbandonare nel 2020 proprio a causa di quest’avvento.  Una pausa che mi ha permesso di riflettere sul mio percorso. Ho deciso così di riprendere in mano pennelli e colori”.

E poi l’idea di sculture in cartapesta…

“Presto mi sono resa conto che il foglio e la tela non bastavano più. Cercavo un linguaggio diverso.  Ho iniziato a mettere le mani in pasta sperimentando altri materiali, e la cartapesta si è mostrata subito un’ottima alleata. Ho realizzato diversi soggetti, come le maschere in stile veneziano. Con il tempo, è nato il desiderio di raccontare qualcosa di più intimo, rappresentare ciò che mi dava piacere: lo yoga, l’amicizia, il senso dell’umorismo, la leggerezza… Così sono nate Le Bomboline”.

L’arte della cartapesta è nota fin dall’età rinascimentale e rappresenta un’eccellenza della cultura italiana. Cosa è cambiato rispetto al passato nell’uso di questa tecnica?

“L’uso della cartapesta è cambiato profondamente. Per secoli è stata utilizzata soprattutto per creare opere sacre, decorazioni architettoniche e apparati celebrativi. Era scelta per la sua leggerezza e il costo contenuto. Con il tempo ha ampliato i suoi ambiti di utilizzo, trovando spazio nell’artigianato, nell’industria e nella progettazione di allestimenti teatrali. Fin dal dopoguerra ha subìto una lenta trasformazione grazie alla diffusione dei materiali plastici. Oggi non è più vista come un materiale povero, ma una materia con potenzialità espressive. Artisti e designer la scelgono per la sua capacità di coniugare tradizione, sostenibilità e innovazione, trovando spazio anche in progetti di alto livello dell’interior design contemporaneo. Non solo: programmi televisivi come Art Attack hanno fatto conoscere la cartapesta ai più piccoli, trasformandola in un gioco creativo”.

Nel passato chi creava con le proprie mani era definito “artigiano”. Ma già Dante chiama Giotto “artista”. Oggi, la differenza consiste soprattutto nel fatto che è artista colui che crea pezzi unici. Artigiano chi produce in serie. Leggo dal tuo profilo che sei cresciuta nella bottega ‘artigiana’ dei tuoi genitori. Ti consideri più un’artigiana o un’artista?

“È difficile per me trovare una definizione. Mi sento come un centauro: metà artigiana e metà artista. Nel mio lavoro, la manualità dialoga costantemente con l’immaginazione: ho svolto molta ricerca sulla materia e ho concentrato gran parte del lavoro sulla tecnica; d’altra parte c’è un forte desiderio di raccontare questa visione attraverso una rappresentazione colorata e piena di ironia”.

Le tue figure tondeggianti e flessuose – donne, soprattutto – rimandano alla dilatazione delle forme di Botero. Anche per te, come per l’artista colombiano, l’abbondanza comunica sensualità, energia, vitalità?

“L’abbondanza mi ha sempre trasmesso un senso di pace e armonia, non solo nel suo aspetto visivo, ma anche nel modo di vivere. Per me è una forma di ricchezza, non legata all’avere di più, ma al sentirsi appagati. Quando c’è abbondanza, c’è anche la possibilità di offrire qualcosa in più a sé stessi e agli altri”.

L’arte a tuo giudizio svolge un ruolo sociale?

“Credo che l’arte sia nata proprio con questo ruolo. Pensiamo al teatro dell’antica Grecia, che non aveva solo lo scopo di intrattenere, ma portava in scena temi esistenziali, politici e sociali, offrendo alla comunità uno spazio di confronto e di riflessione. Ancora oggi l’arte crea uno spazio di condivisione, suscita domande, ci mette in discussione. Non solo un’arte impegnata o di denuncia: anche una canzone può unire le persone, farle emozionare insieme, creare connessioni. Per un momento, si è tutti parte della stessa esperienza”.

Potrà l’IA competere con l’essere umano dal punto di vista artistico, considerando che non ha né coscienza né emotività, elementi fondamentali del processo creativo?

“Credo che sarà una coesistenza fra valori differenti. Magari l’IA riuscirà a creare e sviluppare nuove idee e forme, ma secondo me il punto fondamentale è ciò che c’è dietro il processo creativo. L’arte non è solo il risultato finale o l’opera in sé, ma tutto il percorso che la precede: il pensiero, la ricerca, l’esperienza e la sensibilità dell’artista, sono ciò che rende ogni opera unica”.

Cosa ti auguri per il futuro dal punto di vista creativo?

“Spero che sempre più persone possano riscoprire il piacere di creare qualcosa con le proprie mani, non necessariamente arte. Oggi siamo abituati a misurare tutto in termini di produttività, ma credo ci sia qualcosa di prezioso nel creare solo per il gusto di farlo. Una connessione fra mente e mani che vale la pena vivere, indipendentemente dal risultato”.

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