Nello Di Micco: “La solitudine non va sempre combattuta. Dobbiamo imparare ad abitarla”

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di Francesca Ghezzani

Curatore di diverse rubriche di psicologia su magazine nazionali, ospite e opinionista in numerose trasmissioni radiotelevisive e relatore in eventi dedicati ai temi psicologici, culturali e sociali, lo psicoterapeuta Nello Di Micco è di nuovo in libreria con “L’arte di stare soli. La solitudine come spazio creativo e come disagio del nostro tempo”, pubblicato da Editore Brè nella collana Bresag. Saggistica Brè.

Un libro che parte da una domanda profondamente contemporanea: come è possibile sentirsi soli in un’epoca in cui siamo costantemente connessi?

Viviamo immersi nelle relazioni, reali e virtuali. Comunichiamo in ogni momento, condividiamo pensieri, immagini ed emozioni, possiamo raggiungere chiunque con un clic. Eppure, proprio mentre le distanze sembrano annullarsi, cresce la difficoltà di sentirsi realmente visti, ascoltati e compresi.

La solitudine, dunque, non è scomparsa. Ha cambiato volto.

Dottor Di Micco, in che modo la sua formazione in Filosofia ha influenzato la stesura del saggio?

“La Filosofia mi ha insegnato, prima di tutto, a non avere fretta di dare risposte. Di fronte alla solitudine, questo atteggiamento è particolarmente importante: siamo spesso portati a considerarla immediatamente come un problema da risolvere, mentre può essere anche un’esperienza da comprendere, da attraversare e, in alcuni momenti, persino da ascoltare. La mia formazione filosofica mi ha aiutato quindi a guardare alla solitudine non soltanto dal punto di vista clinico, ma come a una condizione profondamente umana. Ho cercato di mettere in dialogo la riflessione filosofica con ciò che incontro quotidianamente nel lavoro psicoterapeutico: le domande sull’identità, sul senso delle relazioni, sul bisogno dell’altro e, soprattutto, sulla possibilità di sentirsi vicini a qualcuno senza smarrire se stessi”.

Lavorando con donne che affrontano situazioni di forte difficoltà emotiva, quali forme di solitudine incontra più frequentemente?

“Una delle forme più dolorose è quella che si manifesta anche quando non si è fisicamente soli. Si può vivere accanto a un partner, avere una famiglia, molte conoscenze, una vita apparentemente piena e, allo stesso tempo, sentirsi profondamente non visti. Incontro spesso una solitudine legata alla difficoltà di esprimere i propri bisogni. Molte donne hanno imparato a essere forti, disponibili, accudenti, a occuparsi degli altri prima ancora che di se stesse. A volte il prezzo di questa capacità di prendersi cura è proprio quello di perdere il contatto con ciò che si prova. C’è poi una solitudine più intima, che riguarda il rapporto con se stesse. È quella sensazione di non riconoscersi più, di vivere secondo aspettative altrui, di essere presenti nella propria vita ma non sentirsi davvero protagoniste”.

Crede che la società contemporanea in generale, senza distinzione di genere, abbia perso la capacità di rallentare e ascoltarsi?

“Credo di sì, e forse uno dei paradossi del nostro tempo è proprio questo: abbiamo strumenti che ci permettono di essere continuamente connessi e, tuttavia, facciamo sempre più fatica a sentirci realmente in relazione. Viviamo in una cultura della velocità, della prestazione e della disponibilità permanente. Anche il tempo libero rischia di diventare una prestazione: dobbiamo riempirlo, mostrarlo, trasformarlo in qualcosa di produttivo. Rallentare, invece, significa tollerare per qualche momento il silenzio e l’assenza di risposte immediate. E questo può essere inquietante, perché nel silenzio possiamo incontrare emozioni che durante la giornata teniamo lontane. Forse abbiamo bisogno di recuperare una capacità molto semplice e molto difficile: stare con ciò che sentiamo senza doverlo immediatamente trasformare o eliminare”.

Quali sono gli errori più comuni che commettiamo quando cerchiamo di “combattere” la solitudine?

“Il primo errore è pensare che la solitudine si risolva semplicemente aumentando il numero delle relazioni. Non sempre è così. Possiamo avere moltissimi contatti e non sentirci realmente conosciuti da nessuno. Un secondo errore è cercare immediatamente di riempire il vuoto. Nuove relazioni, lavoro, social network, attività continue: qualsiasi cosa pur di non rimanere soli con noi stessi. Ma se non comprendiamo ciò che quel vuoto sta cercando di comunicarci, rischiamo soltanto di rimandare il problema. Infine, c’è un errore ancora più profondo: considerare la solitudine una colpa o una prova del proprio fallimento. In realtà, sentirsi soli non significa necessariamente essere incapaci di amare o di costruire relazioni. A volte significa semplicemente attraversare una fase della propria vita nella quale qualcosa è cambiato e chiede di essere riconosciuto. Per questo preferisco parlare meno di “combattere” la solitudine e più di imparare ad abitarla, senza permetterle naturalmente di diventare isolamento”.

C’è stato un momento, durante la scrittura, che ha cambiato anche il suo modo personale di guardare alla solitudine?

“Sì. Scrivere questo libro mi ha ricordato quanto sia sottile il confine tra la solitudine che subiamo e quella che scegliamo. Sono abituato, per il mio lavoro, ad ascoltare la sofferenza degli altri. Ma la scrittura mi ha costretto a fermarmi e a interrogarmi anche sul mio rapporto con il silenzio, con il tempo e con la necessità di stare, qualche volta, lontano dal rumore degli altri e dalle richieste del mondo. Ho compreso ancora meglio che non tutta la solitudine deve essere eliminata. Esiste una solitudine che può diventare uno spazio di libertà, di pensiero e di ricostruzione. Il problema nasce quando non siamo noi a scegliere quel silenzio, ma quando ci sentiamo esclusi, non amati o incapaci di raggiungere gli altri. Questa distinzione, per me, è diventata centrale: non si tratta soltanto di chiedersi ‘come faccio a non essere solo?’, ma anche ‘che cosa accade dentro di me quando sono solo?’”.

Un’ultima curiosità: lei è autore di numerosi saggi. Ha mai pensato di affrontare tematiche simili ma attraverso i personaggi di un romanzo?

“Sì, è una possibilità che mi affascina molto. Il saggio permette di analizzare, argomentare, mettere ordine nei pensieri; il romanzo offre invece la possibilità di entrare nella vita concreta delle persone, nelle loro contraddizioni, nei loro silenzi e nelle loro scelte. Ci sono esperienze psicologiche che difficilmente possono essere spiegate fino in fondo attraverso un concetto, mentre possono essere raccontate attraverso un personaggio. Una storia permette al lettore non soltanto di comprendere qualcosa, ma di riconoscersi. Non escludo quindi di poterlo fare. Anzi, penso che alcune delle domande che mi interessano di più — la solitudine, il bisogno di essere amati, la difficoltà di conoscersi e il rapporto con gli altri — possano trovare, prima o poi, una forma narrativa. Forse il romanzo sarebbe semplicemente un altro modo per continuare la stessa ricerca: capire che cosa ci rende profondamente umani e, soprattutto, che cosa ci permette di sentirci meno soli”.

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