di Francesca Ghezzani
Ci sono momenti nella vita in cui tutto sembra crollare e altri in cui, quasi senza accorgercene, troviamo dentro di noi una forza nuova. “Quando il leone smette di dormire” di Francesca Leone nasce proprio da lì: dal punto in cui il dolore non può più essere ignorato e diventa l’inizio di una trasformazione.
In questo libro l’autrice sceglie di raccontarsi senza filtri, attraversando ferite familiari, crisi profonde e rinascite silenziose, fino a costruire una nuova consapevolezza di sé.
Francesca, per risalire bisogna toccare il fondo? Se sì, quanto coraggio ci vuole per decidere di smettere di sopravvivere e iniziare davvero a vivere?
“Credo che ognuno di noi abbia un proprio “fondo” e che non sia lo stesso per tutti. Non esiste una misura universale del dolore. A volte capiamo di averlo toccato solo dopo, quando guardandoci indietro ci rendiamo conto che da lì abbiamo iniziato a risalire e soprattutto che non vogliamo più tornarci. Per quanto mi riguarda, non c’è stato un momento preciso in cui ho deciso di smettere di sopravvivere e iniziare a vivere. È stato un processo e, soprattutto, ha richiesto tempo. Dopo la caduta mi sembrava addirittura di essere scivolata ancora più in basso: per un periodo ho avuto la sensazione devastante di essere una fallita persino nel tentativo di porre fine alla mia vita. Il vero coraggio, però, arriva quando smettiamo di vivere in funzione dello sguardo degli altri e iniziamo finalmente ad ascoltare noi stessi. Quando impariamo a concederci un po’ di sano egoismo allora qualcosa cambia: la strada resta complessa e tortuosa, ma diventa finalmente una strada che scegliamo di percorrere”.
Racconti la separazione dei tuoi genitori come il “primo colpo al cuore”: quando hai capito che quel dolore stava cambiando chi eri?
“Non è avvenuto in un momento preciso: anche questa è stata una presa di coscienza arrivata nel tempo. Per anni mi sono accorta che, in un modo o nell’altro, tutto veniva riportato a quell’evento. Se nella mia vita succedeva qualcosa di negativo, sembrava che la causa fosse sempre la stessa. Però, quando accadeva qualcosa di positivo, improvvisamente quel passato non aveva più peso. A un certo punto mi sono resa conto che continuare a lamentarmi di ciò che mi era stato tolto e continuare a sentire lamentele su quello che era successo mi stava imprigionando. Avevo bisogno di tirare fuori tutto quello che avevo tenuto dentro per anni, di urlarlo e soprattutto di fare in modo che la mia versione fosse chiara e trasparente per tutti, così da evitare interpretazioni diverse o incomprensioni. È stato lì che ho capito che quel dolore mi aveva sicuramente forgiata, nel bene e nel male, ma non poteva continuare a essere il fattore determinante di ogni cosa che mi accadeva. Doveva essere compreso, elaborato e non doveva più essere la chiave di lettura della mia vita. Il mio passato poteva far parte della mia storia, ma non poteva decidere chi sarei stata nel presente e nel futuro”.
C’è stato un momento preciso in cui hai smesso di sentirti “figlia ferita” e hai iniziato a guardare i tuoi genitori come persone?
“Credo che questo sia arrivato soprattutto con la maturità. Solo crescendo ho smesso di vedermi esclusivamente come una “figlia ferita” e ho iniziato a guardare i miei genitori come persone. Con il tempo ho compreso che dietro alle loro scelte c’erano difficoltà che, da figlia e in quel momento della mia vita, non ero ancora in grado di capire. Con il mio papà questo passaggio è iniziato quando ho cominciato a collaborare con lui come segretaria. Condividere il lavoro mi ha permesso di conoscerlo in una dimensione diversa e, in qualche modo, ci ha riavvicinati. È stato comunque un percorso che ha richiesto anni. Con la mia mamma il processo è stato diverso, perché il nostro rapporto è sempre stato più intenso e vissuto da vicino. Crescendo e facendo le mie esperienze, ho iniziato a comprendere meglio i meccanismi che si creano all’interno di una relazione: le aspettative, le convinzioni e le scelte difficili che a volte si è chiamati a fare sono momenti in cui è fondamentale parlarsi”.
Come descriveresti il perdono?
“Come una forma di sollievo. Credo che si arrivi davvero a provarlo quando si comprende che siamo tutti esseri umani, che tutti possiamo commettere degli errori e che ognuno di noi è responsabile delle proprie scelte. Nasce dalla consapevolezza che nessuno è giudice assoluto: non possiamo considerarci superiori né pensare che i nostri pensieri o le nostre decisioni siano più giuste di quelle degli altri”.
Guardando indietro, pensi che quel dolore fosse necessario per diventare la donna che sei oggi?
“Con il senno di poi direi di sì. Non cambierei nulla del mio passato. Alcune situazioni oggi le affronterei sicuramente in modo diverso, ma lo dico con la consapevolezza e la maturità che ho adesso”.
Se la persona che ti legge chiudesse il libro sentendosi ancora “addormentata”, qual è il primo piccolo passo che le consiglieresti per svegliare il suo leone?
“Direi prima di tutto di fermarsi un attimo e chiedersi con onestà: “se non avessi tutti i ruoli e i doveri che porto sulle spalle ogni giorno, cosa farei davvero?”. La prima risposta che arriva, spesso di getto, dice già molto di noi. Non significa che dobbiamo stravolgere la nostra vita dall’oggi al domani: molte persone hanno responsabilità, figli, lavoro e non sempre è possibile cambiare tutto. Però quel pensiero non va ignorato: vale la pena ascoltarlo e capire, anche poco alla volta, se esiste un modo per avvicinarsi un po’ di più a ciò che sentiamo davvero. A volte il risveglio non è un gesto eclatante, ma semplicemente smettere di far finta di non sapere cosa desideriamo”.