Anthony Peth: “Le parole che servono” per tornare a sognare

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di Carola Morlacchi

Il conduttore e regista televisivo, Anthony Peth, lancia un messaggio universale dal 1° settembre: «Il tumore toglie le forze al corpo, ma non può spegnere il sorriso. Sconfiggiamo la paura insieme». Tutto questo è raccontato nel suo libro “Le parole che servono”

Anthony, l’osteosarcoma colpisce i giovani proprio nell’età della crescita, nel momento in cui si aprono al futuro. Come si trova la forza psicologica di resistere quando il futuro sembra improvvisamente svanire?

“Ti aggrappi ai sogni con tutte le tue forze. Quando facevo i cicli di chemioterapia più devastanti, quando il corpo non rispondeva e la sofferenza era insopportabile, io chiudevo gli occhi e sognavo. Sognavo la televisione, sognavo la regia, sognavo il successo, sognavo il giorno in cui avrei viaggiato per il mondo come Ambasciatore del Made in Italy. Quei sogni sono stati la mia terapia intensiva personale, la mia medicina più forte insieme ai protocolli dei medici. Ai ragazzi che lottano oggi dico: non permettete al brutto male di rubarvi la capacità di immaginare cosa farete da grandi. La malattia occupa il vostro presente, ma il futuro appartiene solo a voi”.

Qual è stato il momento più difficile durante la stesura del manoscritto? C’è stato un capitolo in cui hai pensato di fermarti?

“Il capitolo dedicato alla parola “Dolore”. Rivivere i lunghi periodi passati in camera sterile, senza poter abbracciare nessuno, vedendo i miei familiari solo attraverso un vetro, è stato doloroso. Ho dovuto scavare dentro il bambino spaventato che ero e riascoltare i suoi pianti silenziosi. Ho pensato di fermarmi perché faceva troppo male, ma poi ho guardato la prefazione che Silvana Giacobini aveva preparato e ho capito che dovevo andare fino in fondo. Quella solitudine che ho vissuto io è la stessa che provano migliaia di adolescenti oggi; dovevo scriverne per fargli capire che quella parete di vetro un giorno crollerà”.

Nel libro si parla anche delle “parole che non servono”. Qual è la retorica sulla malattia che, secondo te, dovremmo finalmente superare?

“Dobbiamo superare la retorica militare dei “guerrieri che devono vincere a tutti i costi” o le frasi fatte come “andrà tutto bene” dette con leggerezza. Chi è malato, specialmente un giovane adolescente, ha il diritto di essere stanco, ha il diritto di avere paura, ha il diritto di piangere e di dire che non ce la fa più. Se imponiamo ai pazienti l’obbligo di essere sempre forti come eroi dei fumetti, li facciamo sentire in colpa quando crollano. Servono invece parole di ascolto, di presenza silenziosa, di pura empatia. Accettare la propria fragilità è l’inizio della vera forza”.

Da due settimane in libreria, ottenendo un record di vendite, in abbinamento ad un tour negli ospedali di Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli e tante altre mete in via di definizione tra Puglia, Sicilia e Sardegna. Come hai scelto queste tappe e cosa porterai concretamente all’interno delle strutture?

“Ho scelto queste città perché ospitano alcuni dei centri di eccellenza oncologica pediatrica più importanti d’Italia, strutture in cui si combatte ogni giorno in prima linea. Concretamente, grazie ad Armando Editore, porterò copie del libro da donare ai reparti e ai pazienti, ma soprattutto porterò me stesso. Voglio stare con i ragazzi, parlare la loro lingua, ascoltare le loro storie. Non vado a fare una presentazione letteraria classica con il microfono e la sedia d’onore; vado a fare un cerchio di condivisione e di coraggio”.

Tu sei stato scoperto da Maurizio Costanzo e hai costruito una bellissima carriera televisiva. Pensi che questo progetto editoriale rappresenti un punto di non ritorno per te?

“Più che una svolta professionale, lo considero un atto di maturazione e di responsabilità umana. Amo il mio lavoro in TV, il giornalismo e il racconto delle eccellenze italiane, e continuerò a farlo con la passione di sempre. Ma credo che la vera eccellenza di un uomo sia la capacità di generare empatia. Se la popolarità che ho costruito in questi anni, partendo da quel ragazzino ad Alghero, può servire ad accendere un faro di speranza sui reparti oncologici e a dare coraggio anche a un solo bambino, allora tutto il mio percorso acquisisce un significato molto più alto”.

Se potessi riassumere l’essenza profonda di “Le parole che servono” in un unico appello rivolto ai lettori che acquisteranno il libro dal 1° settembre, quale sarebbe?

“Vi chiedo di guardare alla vita con occhi nuovi. Spesso ci lamentiamo per piccolezze, per lo stress quotidiano, dimenticando il valore immenso di un respiro libero, di una corsa all’aria aperta, di una giornata senza dolore. Spero che questo vocabolario possa aiutarvi a dare il giusto peso alle parole che usate e alla bellezza del tempo che abbiamo a disposizione. Aiutateci a diffondere questo messaggio di rinascita, perché il coraggio è contagioso e insieme possiamo sconfiggere la paura del brutto male. Affidatevi ai medici come ho fatto io, oltre alla prevenzione è importante definire un percorso di guarigione con un’equipe di esperti, con realtà serie come l’Aisos e con l’affetto sincero di chi ci sta intorno. Soltanto così, con una battaglia comune si può essere vincenti!”.

Ph Gabriele Dylan 

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