Marco Sagliocchi: La crisi di uno scrittore e il difficile dialogo tra padre e figlio

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di Mirella Dosi

Cosa succede quando un autore perde il controllo della sua creatura più celebre? È tra le pagine di questo romanzo che si nasconde la risposta. È uscito il 6 maggio in libreria, edito da De Nigris Editore, “La timidezza delle chiome”, l’ultima opera di Marco Sagliocchi. Lo scrittore, che vive e lavora a Napoli, torna con una storia intensa che scava nel rapporto tra padri e figli e nell’identità, spesso tormentata, di chi vive di scrittura. Al centro della narrazione troviamo un uomo sospeso tra due silenzi: quello di un editore che preme per il nuovo capitolo di una saga di successo e quello di Teador Crilua, il personaggio che gli ha donato la fama, ma che ora sembra essersi rifugiato in un mutismo ostinato. Per spezzare questo stallo creativo e umano, il protagonista decide di trascorrere l’estate al mare insieme al figlio. In questa convivenza forzata, cercherà una chiave di lettura per un futuro che appare incerto.

L’ambientazione, tra la pineta e la riva del mare, dà il titolo al romanzo: la “timidezza delle chiome” è infatti quel fenomeno naturale per cui gli alberi più alti, pur crescendo vicini, non si toccano mai per non sottrarsi la luce a vicenda. Sagliocchi trasforma questa immagine nella metafora perfetta dei rapporti umani: individui che si sfiorano e si rispettano, ma che faticano a intrecciare davvero le proprie esistenze. Con una scrittura capace di alternare lo scavo interiore al ritmo del dramma sociale, lo scrittore ci regala una storia sulla necessità di proteggere la propria luce senza mai smettere di guardare quella degli altri.

Lei si è laureato in Economia Aziendale, un percorso che sembra molto distante dal mondo della narrativa. In che modo questa formazione influenza il suo modo di strutturare una storia o di gestire la carriera di scrittore?

“Avevo 13 anni, quando decisi che “da grande” avrei fatto lo scrittore e mi sarei mantenuto con i soldi delle vendite. Pochi anni dopo, ho scoperto che non sarebbe stato fattibile. Portare avanti studi “diversi” mi ha permesso di tutelare questa passione, fino a scoprire che uso la scrittura per consolarmi dal senso di solitudine”.

Di sé dice che vorrebbe diventare lo scrittore del XXI secolo. Al di là della battuta, cosa significa per lei, a livello personale, lasciare un segno nella letteratura contemporanea?

“Da adolescente avevo la supponenza di pensare che ogni mio lettore dovesse imparare qualcosa dai miei scritti. Volevo diventare un grande scrittore, uno di quelli dalla prosa armoniosa, tono, ritmo e ricercatezza sempre impeccabili. Col tempo mi sono accorto che in realtà voglio diventare narratore, quello da cui tutti si aspettano una storia, nel momento in cui si siedono attorno a un fuoco, lasciar perdere la tecnica per valorizzare l’efficacia. “Scrittore del XXI secolo” è il soprannome che mi ha dato una carissima amica, insegnandomi che se non sono il primo a credere nelle storie che scrivo, allora perché dovrebbero farlo gli altri”?

Sergio, il protagonista del suo ultimo libro, vive una crisi profonda. Qual è stato, invece, il momento più difficile del suo percorso autoriale?

“Sono un rifinitore, un perfezionista, quindi sono destinato all’insoddisfazione. La realtà dei fatti riduce la mia idea da ciò che voglio a ciò che posso. Non smettere di cercare il mio posto nel mondo è l’unico modo che conosco per poter continuare a credere di poter realizzare tutti i sogni che voglio. C’è da fare i conti, poi, con la mia ciclotimia, che ha registrato innumerevoli momenti difficili, tutti riassumibili col dover ammettere di non essere all’altezza delle aspettative che io stesso fisso per me. Ma del resto, quale illuso non è stato prima un sognatore?”.

Molti scrittori hanno dei riti scaramantici o delle abitudini. Qual è l’oggetto di cui non può assolutamente fare a meno quando si siede davanti al foglio bianco?

“La matita. Ogni cosa che scrivo nasce prima su carta. Ho provato a iniziare direttamente da un file word, ma non sento la fatica che c’è dietro la costruzione di una frase. Mi perdo tutto l’artigianato che è nascosto nelle cose che scrivo che, in fondo, per me, resta la cosa più bella dello scrivere un libro”.

Il titolo “La timidezza delle chiome” fa riferimento alla capacità degli alberi di crescere vicini senza mai toccarsi. Come ha trasportato questo concetto all’interno delle dinamiche umane e familiari del romanzo?

“Sergio vive con sua moglie e suo figlio, tutti i giorni, tutto il giorno. Eppure, non si conoscono, non sono mai entrati davvero in contatto, non hanno mai intrecciato i rami tra loro. Quante altre famiglie vivono una situazione simile?”.

Al centro della storia c’è il tentativo di ricostruire un legame con il figlio. In un’epoca di iper-connessione digitale, perché ha scelto proprio il silenzio e la distanza corretta come chiavi per raccontare il loro riavvicinamento?

“Sono cresciuto in una casa dove mi hanno insegnato che le cose importanti vanno fatte in silenzio, e che per vedere i frutti occorre aspettare tempo: imparare a crescere fianco a fianco, a prescindere da tutto, ma senza mai invadere lo spazio: nessuna foglia dell’uno deve togliere luce alle foglie dell’altro… questo è “La timidezza delle chiome”.

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