di Silvia Giansanti
Racconto di una lunga carriera radiofonica dagli esordi negli anni ’70 fino a oggi, con riflessioni sul futuro del mezzo, sull’interesse dei giovani, sull’IA e sulla radiovisione
Romano doc, Andrea Torre ha accompagnato e ispirato più di una generazione che aveva voglia di intraprendere questo mestiere. Da sempre è stato un punto di riferimento per molti giovani che lo ascoltavano costantemente. Tra poco spegnerà le sue cinquanta candeline radiofoniche e anche lui come molti del resto, non devono che essere fieri di aver vissuto in pieno l’evoluzione del mezzo. Un inizio in sordina ai castelli romani e poi il salto definitivo e di qualità con la Rai e con radio che hanno fatto la storia a Roma come Radio Centro Suono. Negli anni, oltre alla classica conduzione, ha curato anche la parte artistica di varie emittenti
Andrea, ti ricordi esattamente quando avvenne il tuo debutto?
“Non ricordo il giorno preciso ma era il giugno del 1976”.
Bene. Com’è avvenuto il contatto con il mondo radiofonico?
“All’epoca mi trovai a Velletri, una professoressa mi disse che una sua parente aveva una delle prime radio libere e così decisi di incamminarmi in questa villa di campagna dove appunto si trovava questa radio che si chiamava Radio Delta Velletri. Ero un bambino di dodici anni con la vocetta. Nel mentre, la proprietaria stava conducendo un programma di dediche, come si usava un tempo e dovette annunciare il disco dei Tavares ‘ Heaven must be missing an angel’. Non sfoggiò un’ottima pronuncia e io, da bambino perfettino quale ero, la corressi. Rimase colpita dal mio inglese e mi propose di condurre un programma da discoteca. Ovviamente non me lo feci ripetere due volte”.
Fu un sogno da bambino?
“Certamente, vivevo con la radiolina a transistor incollata all’orecchio e a casa mi improvvisavo presentatore di dischi con strumenti rudimentali”.
Come vivesti i primi anni di questa attività?
“Furono anni in cui non era considerato un lavoro vero e proprio, ma all’inizio degli anni ’80 qualcosa stava per cambiare e arrivarono di conseguenza i primi soldini”.
Conservi ancora qualche cassettina degli inizi?
“Non ho nulla del passato”.
Nella prima radio in cui lavorasti, ci furono colleghi che proseguirono come te?
“L’unica è stata Roberta Angeloni che entrò nella squadra di Rai Stereo Uno”.
Il momento in cui hai capito che saresti diventato un grande professionista.
(Ride) “Ancora non so se lo sono diventato… Quando a vent’anni mi ritrovai ad essere ragazzo padre, ebbi la spinta per guadagnarmi la vita e lo feci iniziando a fare le cose sul serio a Radio Monte Artemisio, sempre a Velletri. Praticamente vissi lì dentro in brandina”.
Poi cosa accadde?
“Nel 1984 mi trasferii a Roma dopo la nascita di mio figlio ed entrai a Radio In 101, dove curai anche l’aspetto artistico. Verso la fine degli anni ’80 fui contattato da Maurizio Riganti per entrare nelle Rai Stereo. Iniziai a fare il programma ‘FM Musica’, insieme a Miriam Fecchi e a Donatella Milani”.
Qual è il tuo impegno attuale?
“A RTR 99 Ti Ricordi, dove conduco un programma pomeridiano in una radio dove ho ritrovato le radici. Un artigianato di qualità. Ringrazio Marco Lolli e l’editore Fabio Martini”.
Secondo te la cosiddetta generazione zeta è appassionata veramente alla radio?
“Non è colpa loro se sono nati in un’altra epoca, quindi non mi permetto di criticare. Non amo gli atteggiamenti paternalistici, ognuno è libero di fare la sua strada. Comunque ho notato che le nuove generazioni non sono interessate al mezzo radiofonico. Questo secondo me, andrà ad impattare negativamente sul nostro settore che si spegnerà per mancanza di ricambio umano”.
Ecco allora che entrerà in campo l’IA.
“Non tocchiamo questo argomento. Qualcuno addirittura l’ha portata nei programmi radiofonici e ciò fa capire che stiamo tagliando il ramo su cui siamo appoggiati. Alzo le mani”.
Cosa ne pensi riguardo alla radiovisione?
“Ritengo che sia stata una grande idea innovatrice, anche se provengo dalla vecchia scuola. Attualmente nella radio in cui lavoro ce l’abbiamo”.




