di Silvia Giansanti
A tredici anni accese un microfono senza permesso in una piccola radio privata: da lì iniziò tutto. Il suo viaggio dalle radio libere degli anni ’70 fino al doppiaggio dei grandi attori di Hollywood
La storia di Christian Iansante è davvero singolare e a tratti anche esilarante. Ve lo immaginate un grande doppiatore che oggi fa impallidire anche il più navigato, redarguito dalla proprietaria di un’emittente , perché a tredici anni prese l’iniziativa di andare in onda, senza che nessuno gli concesse di parlare davanti ad un microfono? Ebbene sì, queste sono proprio le storie di radio, quelle nate intorno agli anni ’70, proprio agli albori della radiofonia privata italiana. Quelle storie intrise di magia, dove c’era sperimentazione, passione e semplicità. Questo mezzo potente ha permesso di far iniziare un discorso anche ad attori e doppiatori.
Christian, cosa c’è da sapere su di te?
“Ho vissuto per tanto tempo in Abruzzo, però nacqui in Svizzera per motivi legati alla mia famiglia. Successivamente mia mamma che non amava quei posti, mi portò in Friuli a Marano Lagunare, il suo paese. Conservo bei ricordi d’infanzia in quel luogo sito vicino a Lignano Sabbiadoro. Qualche anno più tardi avvenne il trasferimento in Abruzzo, a Chieti, dove rimasi fino ai vent’anni di età. Ed è proprio qui che iniziai a fare radio”.
Ricordi la data esatta?
“Giugno del 1978, all’epoca avevo tredici anni. Però c’è da dire che alcune prove di radio, se così le vogliamo chiamare, le facevo già da un paio di anni quando andavamo in vacanza in Friuli. Mi mettevo a giocare con un giradischi di marca Geloso di proprietà di mia nonna, facendo finta di annunciare le canzoni. Questa cosa l’avevo già dentro”.
Immagino che la musica fu una delle tue prime passioni.
“Certamente, fui subito attratto dalle canzoni melodiche. Già da allora il mio egocentrismo venne fuori. Dentro il palazzo comandavo sugli altri bambini. Tutto questo è cresciuto e nacque l’esigenza di essere al centro dell’attenzione. Comunque la mia primissima esperienza risale alla primavera del 1978 tramite il fratello di una mia compagna di scuola. Attrezzò il sottoscala del palazzo con tanto di giradischi e microfono, piantando un’antenna di 15 watt, che per l’epoca con l’etere pulito che c’era, fu abbastanza potente. Questa radio non aveva un nome o almeno non ricordo. Ebbi così l’occasione di annunciare una canzone con Lorella, appunto questa mia compagna di scuola”.
Di che pezzo si trattò?
“Non me lo ricordo. L’ufficialità è avvenuta qualche mese dopo perché andai a visitare Radio Gamma che io ascoltavo e sognavo di trasmetterci. Anche in quel caso una radio fatta con mezzi di fortuna. Ricordo lo stanzone d’ingresso colmo di vinili e il tormentone di quel momento che era ‘Ti Amo’ di Umberto Tozzi. In un certo senso entrai in quella radio ma come garzone bambino che alla fine della giornata doveva rimettere in ordine tutti i vinili presi dall’archivio ”.
Qual era l’età media della gente che vi lavorava?
“Sui diciotto. In qualche modo Pasquale Calcagni che oggi è un ingegnere, mi dette la prima chance. Ho subito capito dentro di me che da quella stanza non sarei più uscito e che il microfono avrebbe fatto parte della mia vita”.
Avevi qualche altro sogno da bambino?
“Il pilota d’aereo ma è passata. Non appena ho incontrato il microfono nella mia mente si è scatenò il sogno di condurre il Festivalbar, il Festival di Saremo, Discoring ecc.”.
Tornando alla tua prima esperienza ufficiale, in che modo andasti in onda?
“Come già detto facevo il garzone di quella radio, andavo persino a prendere il caffè al bar. Ero una sorta di collaboratore. Un bel giorno di luglio, una ragazza che aveva il turno non si presentò. Pasquale, che io assistevo in trasmissione e che non potè dilungarsi, mi incaricò di mandare in onda una selezione musicale per coprire il buco. Capirai, un ragazzino con un microfono davanti, roba da non resistere! Così dopo il pezzo ‘Bella Sarai’ della Bottega dell’Arte, accesi il microfono e parlai per un po’. Ad un certo punto arrivò la telefonata di Antonella, la moglie del proprietario che mi riprese. Ma non tutti i mali vengono per nuocere, perché il proprietario, tale Raniero Tauro, individuò in me del potenziale, tanto da offrirmi di condurre un programma mattutino in quell’estate, allo scopo però di vendere più passaggi pubblicitari. Il programma si chiamava ‘Buongiorno Gamma’. Trascorsi tutta l’estate in radio, ma con l’inizio della scuola dovetti sospendere”.
Quando ripresi a fare radio?
“Intorno ai sedici anni insieme ad un mio ex collega, se così si può chiamare. Decidemmo di riprovarci con una radio di Chieti alta, Radio Ertz, dove lavorava un certo Dante Bartologallo, compagno di scuola del mio amico. Iniziai a fare alcune radio di quella zona. Al compimento del diciottesimo anno di età nel 1983, entrai sempre con il mio amico in una grande radio di Pescara, Radio Flash Abruzzo, dove peraltro ho visto i miei primi soldi. All’epoca Pescara radiofonicamente era l’America”.
Quanto guadagnavi nel 1983?
“Trecentomilalire che non era male. Conducevo prevalentemente le classifiche registrate con la famosa bobina. Tengo a precisare che di musica non me ne sono mai interessato più di tanto, non ero un cultore, ero solo egocentrico. Nel 1984 arrivarono anche esperienze televisive sempre tramite questa grande radio”.
Da quel momento non ti sei più fermato.
“Solo per il servizio militare nel 1985. Appena ritornato andai in un’altra radio di Pescara. Nel 1989 capii che tutto quello che dovevo fare era stato fatto e così decisi di buttarmi nel doppiaggio, sempre tramite conoscenze radiofoniche. Mi consigliarono di effettuare dei corsi di dizione per togliere un po’ di inflessione dialettale abruzzese. A Pescara nessuno teneva corsi e quindi l’unico modo fu quello di frequentare un corso di recitazione. Fui bravissimo, e sai perché? Perché non me ne fregava nulla! Sono stato sempre un tipo che si buttava. Da lì capii che unendo la passione per il microfono e la non passione per la recitazione che mi veniva facile, la mia strada era il doppiaggio”.
Hai mai avuto l’occasione di fare l’attore?
“Sì, ma non mi tira. Il doppiaggio è la mia giusta dimensione. Sono andato a Roma per provarci, iniziando dai piccoli ruoli fino ad arrivare a doppiare grandi attori internazionali come Johnny Deep, Bradley Cooper o Matt Damon. Rappresentavo una novità tra soliti nomi noti del doppiaggio. Suonavo diverso. Mi definisco un bravo giocatore di serie B che si è ritrovato all’improvviso a giocare in nazionale”.



