di Marisa Iacopino
Combina le immagini con interventi pittorici, tecniche digitali e collage. Il suo lavoro esplora temi come l’urbanità, l’identità e il movimento, fondendo l’osservazione fotografica con la trasformazione astratta. Sven Pfrommer, artista berlinese, crea composizioni stratificate ricche di texture e atmosfera. Sue opere sono risultate vincitrici al Berlin Airlift Prize, al Walter Thiemann Award di Lipsia e al Prix Gold del Paris Photo Awards nel 2021 e nel 2023. Ha inoltre ricevuto una menzione d’onore all’International Photography Contest.
Quando hai mosso i primi passi nel campo artistico?
“Molto presto, da adolescente ho iniziato a sperimentare con le fotocopie e a ricoprirle di pittura. Questi primi esperimenti si sono poi trasformati, anni dopo, in una laurea in comunicazione visiva”.
Se dovessi definirti, ti consideri più fotografo, pittore o incisore?
“Mi definirei un artista visivo che si muove tra diverse discipline. La fotografia è solitamente il punto di partenza, ma raramente la lascio intatta. Aggiungo strati, texture e interventi tratti dalla pittura o dalla grafica”.
Quali sono i tuoi strumenti di lavoro, e come si influenzano i vari campi?
“Una macchina fotografica, naturalmente, ma anche pennelli, inchiostri, vernice spray, resina, alluminio, tela e acrilico. I miei strumenti sono sia digitali che analogici. La combinazione di questi mi entusiasma. Di solito tutto inizia con una fotografia: un incontro, un momento fugace durante un viaggio. In studio, lascio che altri materiali influenzino il lavoro. Questo mi permette di allontanarmi dalla pura documentazione per approdare a qualcosa di più stratificato e soggettivo”.
La pittura trasforma la realtà oggettiva di una fotografia in un’opera soggettiva, enfatizzando i dettagli e modificando la luce. Quando interviene l’incisione e cosa apporta al tuo lavoro?
“L’incisione, o la stampa in senso più ampio, apporta più texture, riduce i colori e a volte dà risultati sorprendenti alle immagini. Conferisce all’opera una qualità tattile e meno patinata, che la sola fotografia non può raggiungere”.
Hai avuto dei mentori che ti hanno insegnato a osservare, ancor prima di creare?
“I miei professori universitari, che mi hanno fatto conoscere i libri d’arte e la grafica, hanno avuto un’influenza duratura”.
Tra le tue opere, spicca la serie di Hong Kong. Non c’è la fuga verso lo skyline, ma lo sguardo dello spettatore è intrappolato in un groviglio surreale di linee verticali, grattacieli che si alternano all’infinito e i colori acidi di una geografia in cui l’elemento umano è quasi assente. Perché ti sei concentrato su questa città?
“Hong Kong è una città intensa e un paradiso per i fotografi: spazio compresso, densità travolgente, trasformazione costante. Ero affascinato da come la presenza umana sembri allo stesso tempo essenziale e quasi inghiottita dall’architettura. Il mio obiettivo era catturare questa tensione tra individualità e architettura della vita urbana”.
Quando sono presenti, le figure umane appaiono stilizzate, un’evanescenza di viandanti, quasi sempre viste di spalle. Puoi spiegarne il significato?
“Per me, queste figure non sono ritratti di individui, quanto piuttosto espressione di movimento, transitorietà e anonimato astratto. Viste di spalle, diventano figure comuni: ci proiettiamo in esse. Trasmettono la sensazione di essere di passaggio, di una presenza fugace nei flussi urbani più ampi”.
Hai scattato “Rainy Day” a New York, Hong Kong, Saigon, Manila e Tokyo. Qual è la differenza sostanziale tra una giornata di pioggia in queste geografie fisiche e umane?
“La differenza non sta tanto nella pioggia in sé, quanto nella scena che si cela dietro la pioggia. Nel modo in cui la pioggia crea elementi più o meno astratti nel ritmo di ciascun luogo. La pioggia diventa una lente che nasconde il carattere ben definito della città”.
Accostando le tue opere, lo spettatore può seguire un filo narrativo? Se sì, a quale tipo di romanzo corrisponde?
“La narrazione non è lineare, ma assomiglia piuttosto a un romanzo frammentato, composto da strati e vignette. Organizzo le mie opere in serie, in modo che ogni lavoro rappresenti un capitolo di una serie che include presenza, assenza, movimento e mancanza di messa a fuoco. Insieme, creano una sequenza poetica che invita gli spettatori a ricostruire e immaginare la propria storia”.
È compito dell’artista affrontare anche questioni sociali, o l’arte dovrebbe semplicemente trasmettere emozioni?
“L’arte è portatrice di innumerevoli messaggi e ci sono artisti che si concentrano su questioni sociali. D’altro canto, l’arte può toccare le emozioni a un livello molto personale, anche l’arte astratta. Non creo opere apertamente politiche, però le mie figure sfocate, o le folle astratte, sono non soltanto esplorazioni visive, ma anche interrogativi sull’individuo nella società. Per me, il ruolo dell’arte non è quello di dare risposte, bensì di suscitare emozioni, lasciando al contempo spazio alla riflessione”.