di Francesca Ghezzani
Paola Minussi, scrittrice, musicista e docente di chitarra classica alla Musikakademie di Basilea, è tornata in libreria con il noir “L’ultimo segreto di Via Volpi”.
Rosa Carvalho, ispettrice della polizia giudiziaria di Lisbona, si imbatte in un caso inquietante: una donna viene ritrovata priva di memoria nel Jardim da Estrela e, dopo un breve ricovero in ospedale, muore improvvisamente.
Il caso viene archiviato in fretta, ma qualcosa non torna. Una scritta enigmatica comparsa sul corpo, insieme a una serie di dettagli inspiegabili, spingono Rosa a riaprire l’indagine.
Le tracce la conducono fino a Como, tra le stanze polverose di un palazzo tanto affascinante quanto oscuro, noto un tempo come Il Dollaro, la casa di appuntamenti più celebre della città. Tra le sue mura echeggiano segreti inconfessabili e atroci delitti: l’ultimo dei quali accade allorquando un gruppo di amici elabora un perverso gioco di seduzione che si trasforma in una spirale di feroce violenza.
Tra realismo e immaginazione, l’autrice attraverso una stesura lunga e meticolosa affronta temi attualissimi quali la violenza di genere, il narcisismo patologico, il desiderio di controllo, la sorellanza, la giustizia e ci invita a osservare con lucidità il nostro tempo, ma senza spegnere la fiammella della speranza.
Paola, nel romanzo giochi con il confine tra giusto e sbagliato. Nella tua esperienza personale, come vivi questo equilibrio?
“Direi che non lo vivo come un confine netto, bensì come una linea mobile, che a volte si sposta in avanti e altre si ritrae. La vita, con i suoi imprevisti, ci costringe a rinegoziare continuamente cosa sia “giusto” e cosa no. Io cerco di stare dalla parte della giustizia, quella vera, non solo quella scritta nei codici. Però non nego che, in certe circostanze, anche a me viene voglia di barattare il giusto con il “giustiziato”, se così possiamo dire. Ed è lì che entra in gioco la scrittura: mi permette di esplorare quelle zone d’ombra senza oltrepassarle davvero. Sempre con lucidità e giudizio equilibrato: restare umani, la priorità”.
Dici spesso che la scrittura è strumento di consapevolezza e trasformazione. C’è un episodio personale in cui hai sentito davvero questo potere delle parole?
“Sì, eccome. Durante il percorso per diventare madre – e in particolare lungo la strada accidentata e a tratti surreale dell’adozione – la scrittura è stata il mio rifugio. È lì che ho iniziato a mettere letteralmente nero su bianco tutti gli accadimenti tragicomici che mi stavano capitando, quasi per non esserne travolta. Da quella necessità è nata l’esigenza di scrivere, e poi di condividere quelle esperienze con chi stava vivendo situazioni simili. Perché nei momenti più assurdi e difficili, sapere di non essere soli fa davvero la differenza. E così le parole sono diventate non solo uno strumento di rielaborazione personale, ma anche un modo per offrire consolazione e, spero, un po’ di ispirazione”.
Lisbona è la tua “seconda patria affettiva”. Cosa trovi lì che nutre la tua scrittura in modo diverso rispetto a Como?
“A Lisbona trovo la luce, unica e sfavillante, il vento che ti scuote e l’orizzonte ampio che sembra un trampolino di lancio verso il futuro, verso nuovi orizzonti e nuovi progetti. E poi la lingua, che ha un ritmo dolce e misterioso, e il Fado, con la sua Saudade che trovo straziantemente magica. È una città che ha saputo convivere con la malinconia trasformandola in bellezza, e questo per me è nutrimento puro. Como, invece, è il legame con la mia famiglia – anche se i miei genitori sono rispettivamente toscani e friulani – è il luogo in cui sono nata e cresciuta, quello che ho sempre ritenuto “casa”. Lo immagino ancora in modo romantico: il passeggio d’autunno sul lago, il camminare lento del sabato pomeriggio per le strade del centro, l’aperitivo in piazza con gli amici. Tutto questo, purtroppo, sta per sparire (se non lo è già): ai riti di una tranquilla città di provincia si è sostituita una Como da copertina patinata, un marchio, “Como Lake”, che fa girare soldi e affari per alcuni, a scapito della qualità della vita degli altri. Dove “gli altri” sono la maggioranza. Nulla di nuovo sotto il sole, certo. Ma molto triste”.
Sei appassionata di Tarocchi e archetipi femminili: qualche simbolo o arcano ha ispirato personaggi o situazioni del libro?
“La Papessa, nella tradizione degli Arcani Maggiori, è l’archetipo della conoscenza silenziosa, della custode dei segreti e anche della scrittrice: colei che resta immobile, assorta, capace di trasformare il silenzio e la concentrazione in parole e mondi narrativi. In questo senso mi immedesimo molto in lei: anch’io passo ore e giorni alla scrivania, a meditare e a creare storie, e forse per questo, come La Papessa, ho la pelle chiara, quasi pallida. A scuola ero famosa per il mio rapporto complicato con lo sport: non l’ho mai amato particolarmente e mi ero guadagnata il soprannome di “antisport”. Forse, a ben pensarci, era solo il segno di una vocazione diversa: invece di correre sui campi, correvo dietro alle parole e alle storie. Nel libro compare anche L’Imperatore, archetipo del raggiungimento del benessere economico e del potere materiale. È a questa figura che ho associato il gruppetto di amici che, forti delle proprie risorse, si permettono di esercitare il potere in maniera tutt’altro che edificante: un modo distorto di incarnare l’autorità, che svela il lato oscuro del privilegio. E poi c’è La Giustizia, forse l’arcano che più mi affascina: non tanto come misura oggettiva del bene e del male, ma come incarnazione di una sorta di “astuzia divina”. Una forza che modella a proprio piacere e a proprio senso di giustizia l’arbitrio e il giudizio, al di là di qualsiasi regola prestabilita. Nel romanzo, questa energia scivola tra le pieghe della trama, insinuandosi nei personaggi e nei loro destini, ricordandoci quanto fragile e soggettivo possa essere l’equilibrio tra verità e menzogna, tra colpa e redenzione”.
Quali autori e autrici, invece, ti hanno insegnato di più su come costruire la suspense e l’atmosfera noir?
“Tra i miei preferiti non posso non citare i nordici: penso a Jo Nesbø, che sa intrecciare indagine e abisso umano con maestria, anche se io scelgo di lasciar fuori i dettagli troppo crudi della violenza. Poi Laura Mancinelli, con la sua capacità di evocare mondi sottili e quasi fiabeschi, e l’immenso Dino Buzzati, che mi ha insegnato più di chiunque altro come creare mistero e un’atmosfera sospesa, in bilico tra realtà e sogno. E ancora, Patricia Highsmith, con i suoi personaggi moralmente ambigui, e Georges Simenon, maestro nel raccontare il buio che abita la normalità. Dal lato più propriamente noir, i classici americani come Chandler e Hammett mi hanno mostrato quanto la lingua possa diventare essenziale e tagliente, capace di creare tensione anche in poche battute di dialogo. In fondo, credo che la vera suspense non nasca mai dall’effetto speciale, ma da un equilibrio fragile tra ciò che si svela e ciò che resta in ombra”.
Un’ultima curiosità: sei madre, musicista, scrittrice e viaggiatrice. Qual è il segreto per mantenere equilibrio tra vita familiare e quella creativa senza “perdere il ritmo”?
“Se avessi davvero il segreto, lo avrei già brevettato! In realtà credo che l’equilibrio sia un po’ una leggenda metropolitana: non lo raggiungi mai una volta per tutte, ma lo insegui come si fa con una melodia che scappa sempre un po’ più avanti. Io provo a non rincorrerlo troppo, piuttosto a danzare con il disordine, accettando che non tutto sarà perfetto. E, soprattutto, cerco di non dimenticare mai che la creatività non è una fuga dalla vita familiare, ma un modo di starci dentro con più respiro”.
