di Francesca Ghezzani
Lo scrittore e poeta venezuelano Reniel Alí Ramírez Herrera è attualmente in libreria con “Bisbigli d’inquietudine – Antropologia poetica e vocazione” (Tau Editrice, collana Logos), un’opera che, a differenza di altre raccolte precedenti in cui i testi erano raggruppati per temi, si sviluppa attorno a un unico filo conduttore: la scoperta di una forza interiore – non sempre luminosa – dalla cui conoscenza ed educazione dipende il cammino verso la verità, la libertà e la bellezza.
Cosa significa essere in cammino oggi?
“Significa riconoscersi in una condizione di ricerca permanente. Non camminiamo più verso mete scontate o rassicuranti: il nostro orizzonte è frammentato, spesso incerto. Eppure, proprio in questa precarietà si rivela la verità dell’esistenza: siamo pellegrini, in tensione tra ciò che siamo e ciò che desideriamo essere. Il cammino è la forma più onesta della fede, perché chiede di sostare nell’inquietudine senza smettere di credere che ogni passo, anche il più oscuro, possa diventare luogo d’incontro con il Mistero”.
In che cosa ci aiuta la poesia?
“La poesia educa lo sguardo e, volendo, ci introduce nel cuore del Mistero. Ci insegna a non scivolare sulla superficie delle cose, ma ad ascoltare la vibrazione nascosta che le attraversa. È una forma di conoscenza che non separa la mente dal cuore, la parola dal silenzio. In un tempo in cui il linguaggio è spesso impoverito o strumentalizzato, la poesia restituisce alla parola la sua sacralità: la parola che non possiede, ma rivela; che non domina, ma custodisce. Scrivere poesia, per me, è un atto di resistenza spirituale e, al tempo stesso, un atto di speranza”.
E la fede?
“La fede è una forma di fedeltà all’invisibile, un affidarsi alla realtà anche quando non la si comprende. In questo senso, la fede è sorella dell’inquietudine: sanno cosa significa ospitare un desiderio di senso che ci supera. Credere, per me, significa accettare di essere continuamente generati dal Mistero, di lasciarsi trasformare nel profondo, come argilla nelle mani del Vasaio”.
Spiritualità e religione: sono la stessa cosa per te?
“No. La religione offre alla spiritualità una forma, un linguaggio, una comunità di memoria e di simboli; la spiritualità, invece, custodisce il respiro vitale che impedisce alla religione di irrigidirsi. Quando le due si separano, la spiritualità rischia di diventare puro sentimentalismo, e la religione puro formalismo. L’una ha bisogno dell’altra per restare viva, per continuare a generare umanità e non soltanto appartenenza”.
Nell’opera hai scelto di ispirarti alla figura di san Giovanni della Croce, che unisce misticismo e umanità. Cosa ti affascina maggiormente della sua visione poetica e come si riflette nel tuo lavoro?
“In san Giovanni della Croce mi colpisce la sua capacità di abitare la notte. Non fugge l’oscurità, ma la attraversa con la fiducia di chi sa che anche l’ombra può essere grembo di luce. La sua poesia nasce dall’esperienza viva della mancanza e della sete: ogni verso è una ferita che diventa canto. In Bisbigli d’inquietudine ho cercato di ascoltare quel medesimo movimento, di lasciarmi guidare dalla consapevolezza che la vera conoscenza di Dio non passa per il possesso, ma per la spoliazione, per l’amore che arde nel silenzio”.
Nella seconda parte presenti quaranta poesie che compongono un vero e proprio “pellegrinaggio interiore”. Per concludere, quale percorso vorresti che il lettore intraprendesse attraverso queste pagine?
“Non desidero tanto proporre un itinerario, ma rivolgere un invito. Ogni lettore è un pellegrino diverso: ciò che conta è che possa ritrovare, tra le parole, un’eco della propria voce interiore. Vorrei che queste poesie fossero compagne di viaggio per chi cerca con sincerità. Se alla fine del cammino il lettore avrà percepito che anche l’inquietudine può diventare preghiera, allora il libro avrà compiuto il suo vero scopo”.