Avvassena: L’artista della Gen Z

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di Marisa Iacopino

Attraverso la creatività ci racconta le incoerenze del mondo ricevuto in eredità. Ha iniziato sedicenne, esponendo opere pittoriche a Milano – dov’è nata – accanto agli artisti di Via Bagutta, per poi arrivare a musei e gallerie internazionali con le sue installazioni immersive, sculture, incisioni, ancora quadri. Lei è Anna Vassena, nome d’arte Avvassena, artista della Gen Z.

“L’arte è sempre stata parte di me, un modo spontaneo di osservare il mondo e di esprimere ciò che sento. Il mio percorso formativo è piuttosto variegato: ho una base classica che mi ha dato strumenti di riflessione e sensibilità verso le dimensioni più profonde dell’esperienza umana, e una formazione in Interior Design e Comunication Design al Politecnico di Milano, che mi ha fornito competenze visive e progettuali più contemporanee. Pur non determinando la mia scelta artistica, questo ha sicuramente arricchito il mio approccio, permettendomi di sperimentare linguaggi e tecniche diverse. Penso che una formazione ibrida sia la risorsa che contribuisce al mio modo di lavorare, aperto alla ricerca e al dialogo tra discipline”.

Sei stata vincitrice nel 2024 del Premio Doc Creativity, categoria Gen Z, con l’opera “The play of life. Domino”. Vuoi parlarci di questo lavoro?

“’The play of life. Domino’ è un’opera che riflette, in modo giocoso ma profondo, sull’interdipendenza che ci lega gli uni agli altri — sia nella creazione che nella caduta. I tasselli del domino contengono frammenti di scintigrafie appartenenti a persone diverse: sono tracce della loro unicità, ma anche simboli della loro totale uguaglianza. L’opera invita lo spettatore a giocare, ma mentre lo fa, lo porta a interrogarsi su un altro “gioco”: quello della vita, dove nessuno è davvero separato dagli altri e dove ogni gesto, come nel domino, può generare una reazione a catena. È un invito alla consapevolezza e alla responsabilità collettiva, espresso attraverso un linguaggio semplice e universale”.

Ogni forma espressiva deve innanzitutto emozionare. Molti odierni fruitori considerano l’arte contemporanea incomprensibile e fredda. Cosa replicheresti loro?

“Direi che spesso l’arte contemporanea viene percepita come fredda perché manca il tempo o la disponibilità per fermarsi ad ascoltare davvero. L’arte oggi parla in molti linguaggi diversi, non sempre immediati, ma se ci si avvicina con apertura e sensibilità, si scopre che può toccare corde profonde. L’emozione non è solo estetica, ma anche intellettuale, sociale, empatica”.

Un’altra domanda provocatoria: ha ancora senso, nell’era digitale e in una società in cui ognuno produce immagini, occuparsi di arti visive?

“Siamo sommersi da immagini vuote, effimere, e l’arte visiva può restituire significato allo sguardo, rallentare il tempo, creare spazi di contemplazione, di confronto. Proprio per questo motivo ha ancora senso. L’arte non è produzione di immagini, ma produzione di senso. E oggi ne abbiamo un disperato bisogno”.

C’è un’arte museale, un’arte di strada, un’arte privata. Qual è il luogo ideale deputato a consacrare le tue opere?

“Non credo che esista un luogo ideale unico dove le mie opere debbano necessariamente trovare spazio. Per me, l’arte ha il compito di parlare direttamente alle persone, di raggiungere l’anima, indipendentemente dal contesto fisico in cui si trova. Può essere in un museo, in una collezione privata, in uno spazio pubblico o persino in ambienti aziendali: ciò che conta è che l’opera riesca a instaurare un dialogo sincero e profondo con chi la osserva. L’arte vive davvero quando riesce a toccare le corde interiori di chi la incontra, e in questo senso l’anima di chi la accoglie è il vero luogo deputato a consacrarla. È questa connessione umana, al di là delle cornici o dei luoghi, che dà senso e valore al mio lavoro”.

La “solitudine egocentrica del nostro tempo”, altra tua affermazione, può afferire al declino della cultura occidentale? L’arte riesce a portare luce in un mondo annebbiato e tramontante?

“Sì, credo che questa solitudine sia anche figlia di un modello culturale che ha messo al centro l’individuo come isola, dimenticando la comunità, il legame, la cura. L’arte, se autentica, ha ancora la forza di riaccendere lo sguardo, di risvegliare la coscienza, di farci sentire parte di qualcosa di più grande. È un atto di resistenza al ripiegamento su sé stessi e di speranza concreta nel cambiamento”.

Nel rapporto con la natura ci sono luoghi del Pianeta che stimolano particolarmente la tua creatività?

“Sono attratta dai luoghi in cui le persone si incontrano, si intrecciano e dialogano con l’ambiente che le circonda, creando un flusso vitale di relazioni e scambi. Indubbiamente, sento una connessione profonda con i paesaggi africani, soprattutto dell’Africa subsahariana, che mi ispirano anche per la filosofia Ubuntu. Si tratta di una visione che considera l’individuo come parte di un’unica grande totalità umana e naturale. Questa idea di identità, che si costruisce attraverso la relazione e la co-creazione con gli altri e con l’ambiente, è per me fondamentale, soprattutto in un’epoca segnata da solitudini e distanze. Attraverso le mie opere cerco di rendere visibile questa rete di legami invisibili, invitando a riflettere sulla responsabilità condivisa che abbiamo verso la comunità e il pianeta. L’arte diventa così strumento capace di coinvolgere, sensibilizzare e aprire spazi di dialogo autentico”.

Progetti in fieri?

“Sto lavorando a molti progetti, mostre e collaborazioni in Italia e all’estero, ma preferisco non svelarli ancora, per timore che, come i sogni, possano svanire se raccontati”.

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