Sandra Mazzinghi: Nascere dopo la perdita, il vuoto che diventa racconto

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di Francesca Ghezzani

Finalista al Premio Letterario Internazionale Città di Latina con “Danzare nel vuoto” (Scatole Parlanti), Sandra Mazzinghi porta alla luce una storia intensa e affronta con sensibilità un tema universale e doloroso.

Giornalista e funzionaria dell’Ufficio di Stato Civile, ha osservato da vicino il fenomeno dei cosiddetti figli sostitutivi, bambini nati per colmare un lutto familiare. Da questa realtà delicata e poco raccontata nasce un romanzo che intreccia memoria, identità e perdita, con la prefazione della professoressa Ines Testoni, esperta di Death Studies.

Sandra, perché è un tema di cui si parla poco?

“La nostra cultura fatica a gestire il discorso sulla morte, figuriamoci sulla morte dei bambini. Parlare di figli sostitutivi significa ammettere la morte di un figlio precedente, un argomento che molte persone preferiscono evitare per paura o disagio. Questo silenzio si riflette poi sulla narrazione del figlio che “viene dopo”. La morte di un figlio è considerata la “perdita definitiva”, un evento che sovverte l’ordine naturale delle cose, i figli non dovrebbero morire prima dei genitori. La morte di un figlio viene vissuta come un fallimento del proprio ruolo. Parlarne significa confrontarsi ogni volta con un senso di colpa devastante, anche quando non si ha alcuna responsabilità oggettiva. Il silenzio diventa una corazza per evitare di sentirsi “genitori inadeguati”. Non esiste neanche una parola per definire un genitore che ha perso un figlio: se chi perde un coniuge è “vedovo” e chi perde i genitori è “orfano”, per un genitore che perde un figlio c’è un vuoto linguistico. Credo che questa mancanza di termine rifletta proprio l’incapacità di integrare questo evento nella società”.

Il silenzio – degli archivi, delle email, dei segreti familiari – è centrale: che funzione ha nella narrazione?

“Nel libro, il silenzio nei vari aspetti non è solo assenza di parole, ma diventa una vibrazione fisica. Volevo raccontare come il trauma non elaborato della madre si trasmetta al nuovo bambino quasi per osmosi. La “danza nel vuoto” del titolo suggerisce proprio questo: il tentativo di muoversi e trovare un proprio spazio in un ambiente dove il terreno sotto i piedi è fatto di assenze e di “non detti”. I segreti familiari agiscono come “corpi estranei” all’interno della psiche individuale e del sistema relazionale. Non sono semplici omissioni, ma nuclei di energia bloccata che continuano a emettere segnali, anche se nessuno ne parla esplicitamente e i segreti nel mio romanzo diventano una prigione. Ritengo che la narrativa possa trasformare un trauma privato e “silenzioso” in una narrazione collettiva, permettendo a chi vive la stessa condizione di sentirsi finalmente meno solo”.

Quanto conta per te, invece, il non detto rispetto a ciò che viene esplicitato?

“Il “non detto” in una conversazione rivela dove risiede il conflitto o l’interesse principale. Può accadere anche a noi: quando vengono poste molte domande senza fare riferimenti personali su un tema specifico (come i figli sostitutivi) evitando però di parlare di sé, il “non detto” è il motivo personale che spinge quella curiosità”.

Alba, la protagonista, supera spesso il confine tra professionalità e coinvolgimento emotivo: è un errore o un pregio?

“Alba si espone a un dolore che non le appartiene direttamente, ma che risuona con il suo vuoto interiore, il coinvolgimento di Alba è l’unica chiave possibile per scardinare il silenzio. Un archivio è un cimitero di carta finché qualcuno non ci mette il cuore. Alba trasforma semplici documenti in biografie pulsanti. Il suo “errore” professionale è ciò che permette la catarsi. Alba, nell’immaginario generale una fredda impiegata di un Ufficio di Stato Civile, solo “sporcandosi le mani” con le emozioni riesce a dare una dignità a chi è stato dimenticato o sostituito”.

Per concludere, dopo aver scritto questo libro, è cambiato il tuo sguardo su nascita, perdita e identità?

“In un atto di nascita è annotato il dato biologico e l’inizio cronologico dell’esistenza di ognuno di noi. Poi l’eventuale matrimonio, divorzio, un altro matrimonio e poi inevitabilmente c’è annotata la morte. Ora, che mi sono immersa in questa ricerca, ora che ho parlato con moltissime persone nate dopo la morte di un fratellino, e quindi attraverso la lente del “figlio sostitutivo”, la percepisco come un posizionamento narrativo. Nascere non è solo venire al mondo, ma occupare uno spazio che può essere libero o già ingombro di proiezioni e fantasmi. Inoltre la perdita non è un evento che finisce, ma una forza che, se non viene elaborata, smette di essere un fatto del passato e diventa il “materiale da costruzione” del presente. Credo infine che l’identità non sia un monologo (“Io sono chi dico di essere”), ma anche un dialogo con le assenze. Siamo fatti tanto di ciò che ricordiamo quanto dei silenzi che ci sono stati tramandati. Mi piacerebbe molto che qualcuno che sta leggendo e che è “figlio sostitutivo”, mi contattasse. Per avere uno scambio di idee. Vi aspetto”.

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