Riccardo Bruni: Il lato malinconico del noir contemporaneo

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Un’estate torrida, una villa affacciata sul mare e una maledizione che sembra tornare a chiedere il conto. Con “La malinconia del ronin” (Indomitus Publishing), quarto capitolo della serie dedicata a Dante Baldini, il giornalista e scrittore Riccardo Bruni riporta il suo investigatore più disilluso tra le ombre di Rocca Tirrenica, in un noir che mescola indagine, memoria e suggestione. Ne parliamo con l’autore, partendo da questo nuovo caso e da ciò che si nasconde, ancora una volta, dietro la verità.

Riccardo, da dove nasce il titolo e se dovessi definire La malinconia del ronin con una sola immagine o una sola scena, quale sceglieresti e perché?

“In realtà è Zelda, un personaggio che in questa serie non manca mai, a definire Baldini un ‘ronin’, un samurai senza padrone. Lui è un ex poliziotto che adesso fa l’investigatore privato, e la sua ‘malinconia’ è una sensazione che ha a che fare con il mare e con il modo in cui fermarsi a guardare quell’orizzonte così aperto spinge in modo quasi naturale a riflettere un po’. Baldini vive in una piccola casa affacciata sul Tirreno e più o meno ogni giorno si stende su un’amaca a fissare il tramonto. Impossibile non concedersi un po’ di malinconia in una situazione del genere. Credo che questa sia un’immagine piuttosto efficace, non solo per questo libro ma per l’intera serie”.

Guardando il romanzo a distanza di qualche mese dalla pubblicazione, c’è una scena o una scelta narrativa che oggi riscriveresti in modo diverso?

“Sono uno che a ogni passaggio riscrive sempre qualcosa. Quindi sicuramente ci rimetterei le mani se mi ci trovassi. Motivo per cui, quando consegno il testo definitivo poi evito di rileggerlo. Preferisco pensare a una nuova storia. Altrimenti finirei per scrivere e riscrivere sempre la stessa usando ogni volta parole diverse”.

Quanto contano per te i tempi morti nella narrazione rispetto all’azione pura?

“Molto. Perché sono solo apparentemente ‘morti’. In realtà sono vivissimi, perché è proprio in quei momenti che si ha l’occasione per conoscere più a fondo i personaggi e le loro vite. Un aspetto questo che mi intriga, sia come autore ma soprattutto come lettore. Quando un personaggio non è impegnato in un’azione, porta in scena tutto sé stesso”.

Scrivi i dialoghi di getto o li lavori a lungo come se fossero battute di una sceneggiatura?

“Entrambe le cose, ma in tempi diversi. La prima stesura di un dialogo va giù veloce, perché è anche un modo per tenere il ritmo e capire se il tutto funziona. Poi si passa alle fasi di limatura, in cui cerco di eliminare tutto ciò che rallenta il ritmo e fa perdere tensione. Il dialogo è apparentemente la parte più naturale di una narrazione, perché sono battute in ‘presa diretta’. Ma in realtà è la parte più artificiosa, perché per scrivere un buon dialogo serve mestiere. Deve suonare naturale senza esserlo. Ci sono sottotesti, non detti, gestualità da gestire. Ed è importante farlo bene perché nel momento in cui si apre un dialogo l’attenzione del lettore ha come uno scatto. Come se sentisse che finalmente, in quel punto, non è lo scrittore ma direttamente il personaggio che gli parla. È un’occasione troppo importante per non giocarsela al meglio”.

Hai fatto ricerche su vere “case maledette” o leggende simili prima di scrivere il libro?

“Non ce n’era bisogno. C’è una tale quantità di letteratura e cinema su questo argomento che ce ne siamo tutti nutriti da sempre. La ‘casa maledetta’ è quasi un archetipo letterario. Qualcosa di profondamente perturbante, perché riunisce in sé suggestioni contrastanti. Perché la casa è simbolo di conforto, il posto per eccellenza in cui sentirsi al sicuro, ed è proprio questo che viene messo in discussione quando invece diventa un luogo insicuro, una minaccia. Su questa ambivalenza si gioco buona parte del fascino ambiguo di queste dimore. Perché sono il luogo in cui rifugiarsi e al tempo stesso quello in cui rischi di restare prigioniero di qualcosa di spaventoso”.

Per concludere, c’è ancora spazio, secondo te, per una forma di etica personale nel noir contemporaneo?

“Il noir riassume forse un certo tipo di pensiero moderno, perché sostituisce la visione del giallo classico, in cui c’è un conflitto molto chiaro tra Bene e Male, con un ‘cattivo’ che commette un crimine e un ‘buono’ che cerca di ricostruirlo per restituire ordine alla realtà. Il noir propone una visione più relativista, in cui ogni personaggio agisce per conto proprio, seguendo un proprio interesse individuale, e alla fine non c’è nessun ordine restituito a una realtà che resta per sua natura caotica. Io credo di essere sempre stato a metà strada. Perché un personaggio come Baldini segue un suo codice etico e, sebbene resti un burbero investigatore privato ‘alla Marlowe’, sta sempre dalla parte di quello che ritiene giusto, in un mondo che, un po’ come ho cercato di rappresentare con Rocca Tirrenica, resta invece inevitabilmente composto da luci e ombre che si compenetrano e si completano a vicenda. Un cavaliere solitario, forse un po’ fuori tempo, come quella musica che ascolta sempre mentre se ne va in giro in macchina lungo la costa tirrenica”.

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